Digressione

Giornata della memoria delle vittime del terrorismo, ricordando Moro

Giornata della memoria delle vittime del terrorismo, ricordando Moro

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Il Presidente: Discorsi
“Giorno della memoria” dedicato alle vittime del terrorismo interno e internazionale e delle stragi di tale matrice
Intervento del Presidente Grasso nell’Aula di Palazzo Madama

Signor Presidente della Repubblica, Autorità, familiari delle vittime, cari ragazzi,

è con immenso piacere e partecipe commozione che come presidente del Senato ho accolto l’invito ad ospitare in quest’Aula la solenne cerimonia del “Giorno della memoria”, che si pone in piena continuità con le celebrazioni che ogni anno dal 2008, in questo anniversario del 9 maggio, sono state vissute al Quirinale dal Presidente Napolitano con affettuosa partecipazione emotiva, con alto senso di responsabilità nella lettura imparziale di fatti di diversa estrazione ideologica e col massimo impegno istituzionale, per ricordare le vittime del terrorismo, per dare sostegno morale ai loro familiari, per un momento di intensa riflessione su quel periodo di storia sofferta.

Sono profondamente grato al Presidente Giorgio Napolitano che mi da oggi la possibilità di vivere le sue stesse emozioni, che mi trasmette il senso di questo impegno morale di portare avanti con determinazione e tenacia la memoria ed il dialogo, di mantenere sempre alta l’attenzione sulle singole vicende, di continuare a tenere uniti coloro che per anni sono stati divisi, di rimanere vicino e partecipe al dolore delle famiglie.
Permettetemi di rivolgere un particolare affettuoso saluto a tutti i familiari che con amore raccontano le storie di vita e di sacrificio proprie e dei loro cari perché si trasformino in memoria collettiva e lezione di vita. Vi ringrazio per essere presenti; immagino sia difficile, penoso, duro, ma la vostra partecipazione è importante per non arrendersi, per raccontare, far conoscere questi tragici fatti anche a coloro che, a distanza di tanti anni, li percepiscono come una pagina di storia e non come una realtà viva e ancora dolente.
E non posso che esprimere, fin da subito, profonda gratitudine e riconoscenza a tutte le Associazioni per il loro costante impegno, per la loro caparbia volontà nel difendere la verità e la memoria.

Con grande piacere rivolgo le mie parole anche ai ragazzi presenti in questa Aula. Voi rappresentate il passaggio tra il ricordo e il futuro.
Le vittime del terrorismo e della criminalità sono numerosissime; ci riferiamo non solo a coloro che sono caduti nell’esercizio del proprio lavoro e nella ricerca della verità; non solo a coloro che sono morti nell’adempimento del proprio dovere, come il personale di pubblica sicurezza, che ha la funzione di proteggere le istituzioni e i cittadini; non solo alle vittime colpite nella propria quotidianità, colpevoli soltanto di trovarsi per le strade e per le piazze delle proprie città nel momento sbagliato: ci riferiamo anche alle vittime morali del terrorismo, a chi ha sopportato il fardello della violenza subita, dell’impotenza, della frustrazione. Oggi le vogliamo ricordare tutte, le vittime di quegli anni. Tutte, qualunque fosse la collocazione politica di chi colpiva e di chi veniva colpito. Qualunque fossero le motivazioni ideologiche e il contesto storico.

Ma il ricordo non basta: è necessario accompagnarlo alla volontà esplicita di conoscere tutte le verità, anche quelle rimaste nascoste e di capire perchè non sia stato possibile fare completa luce sulle stragi.
Abbiamo il dovere di farlo per alcuni irrinunciabili motivi:
per dare giustizia alle famiglie che hanno subito la perdita dei propri cari;
per affermare che lo Stato è stretto attorno a loro non solo nel più sentito cordoglio, ma anche nella ricerca della verità;
per rendere consapevoli i nostri giovani che con lo spirito di unità, con il senso dello Stato, si vince sempre;
La stagione terroristica in Italia inizia con la strage di piazza Fontana: era il 12 dicembre del 1969. Lo sgomento di quei giorni è intatto nella nostra memoria. Da quel momento una lunga teoria di attentati insanguinò le strade e le piazze del nostro Paese, lacerandone l’identità culturale. Un coacervo di forze che in quegli anni aveva come scopo la destabilizzazione e l’eversione.
Le vittime sono tutte uguali e il dolore di ciascuno di voi, mogli, figli genitori, é ugualmente e intimamente duro da portare.

La scelta della data per “il Giorno della memoria” è caduta sull’anniversario dell’assassinio di Aldo Moro perché quella decisione spietata, che portò dopo 54 giorni di prigionia all’uccisione del Presidente della Democrazia Cristiana, ha rappresentato un momento di condivisa presa di coscienza da parte dello Stato. Quello Stato che, purtroppo, solo allora, capì che la reazione non poteva più tardare.
Le Brigate rosse avevano colpito il perno del sistema politico e istituzionale su cui poggiava la democrazia. Moro divenne la vittima simbolo di un sistema, fu la tragedia non solo della perdita di un alto rappresentante delle Istituzioni ma di tutto il Paese.
E’ la storia di un padre premuroso, di un marito affettuoso, dell’omicidio di un servitore dello Stato, al quale, tragicamente, ne seguiranno altri. E’ la storia di Raffaele Iozzino, di Oreste Leonardi, di Giulio Riviera, Francesco Zizzi e Domenico Ricci, il cui figlio Giovanni oggi ringrazio per il suo intervento così toccante. Condivido ogni singola parola, ogni singolo passaggio della sua testimonianza. Ma quanto mi rende partecipe il suo voler abbandonare la stagione dell’odio! E’ vero: la stagione del dolore e della rabbia devono cedere il posto ad una nuova primavera che ci liberi dal peso enorme di quegli anni.
Quante energie preziose perse l’Italia negli anni che precedettero e che seguirono. Del rogo di Primavalle ricorre il 40° anniversario. Caro Signor Mattei la ringrazio per la testimonianza, che so essere dolorosa e sofferta. Io, quale rappresentante delle istituzioni, mi sento oggi responsabile di un sistema giudiziario che non seppe trovare in tempo quelle verità che avrebbero reso giustizia. La verità oggi è nota e gli assassini sono rei confessi. Mai più succeda che la giustizia sia negata.

Firenze vent’anni fa un’autobomba proprio non se l’aspettava. La strage, che colpì tanti innocenti, venne inquadrata come una reazione di cosa nostra all’applicazione del carcere duro per i mafiosi, che le stesse sentenze definirono come terrorismo mafioso e di cui ancora non si conoscono tutti i mandanti. Ma la differenza tra strage di mafia e di terrorismo è così grande? Ringrazio lei Signora Giovanna, Presidente dell’Associazione Tra i familiari delle Vittime di Via dei Georgofili, per essere presente oggi e per averci ricordato quella strage orrenda citando le parole di un magistrato, Gabriele Chelazzi, insieme al quale ho avuto il privilegio di lavorare e di cui quest’anno ricorre il 10° anniversario della morte. Chelazzi, fin da quella notte del 27 maggio, indagò sulla strage, lavorando in maniera spasmodica e dimostrando fedeltà alla sua missione, al suo compito, ai suoi doveri. Il messaggio che ci ha lasciato quest’uomo è un invito a fare bene il nostro lavoro, a non arrenderci mai, un invito alla politica a fare la propria parte nell’accertamento della verità, ad arrivare là dove la verità giudiziaria non può giungere.

Oggi da Presidente del Senato, da cittadino e da uomo delle istituzioni mi impegno a fare quanto possibile nel mio ruolo per accertare pienamente la verità, certo di poter contare su un corrispondente impegno del Governo, del Parlamento, di tutte le istituzioni democratiche e fiducioso negli strumenti in nostro possesso. Auspico, come più volte affermato, che il Parlamento, qualora approvi i disegni di legge già presentati per istituire la Commissione bicamerale d’inchiesta sul fenomeno mafioso, possa estenderne le competenze anche ad altre stragi di qualsiasi estrazione rimaste irrisolte. Se le forze del male si compattano, lo Stato deve poter rispondere con altrettanta compattezza e forza per scongiurare ogni rischio di riproduzione di quei fenomeni che tanto sono costati alla democrazia e agli italiani e che tanto potrebbero costare ai nostri figli.
Ma oltre a cercare la verità, occorre rafforzare la cultura della convivenza pacifica, della tolleranza politica, culturale e religiosa, ribadire le regole democratiche, i principi, i diritti e i doveri sanciti dalla Costituzione. Lo dobbiamo fare lottando quotidianamente, con coraggio e determinazione, confortati dalla speranza che si può cambiare, che si può e si deve agire per costruire una società migliore. Si può migliorare, ne sono profondamente convinto. Credo che con la forza di tutti si possa fare molto. E oggi la nostra forza siete voi, il vostro dolore composto, la dignità con la quale in tutti questi anni, avete invocato verità e giustizia; la nostra forza sono i vostri figli che, privati dei loro affetti più cari, arricchiscono il nostro sforzo collettivo di mantenerne viva e costante la memoria, rendendo omaggio al sacrificio di tanti.

Quel che più mi preme é porre un limite insuperabile a qualsiasi forma di violenza (armata, fisica od anche verbale), perfettamente convinto che non possano esistere ragioni di dissenso politico o di tensioni economiche e sociali che giustifichino in alcun modo il ricorso alla forza, ad atti di ribellione o di protesta violenta, che rischino di trasmodare e di generare terrore in cittadini indifesi ed innocenti.
Scorrendo il calendario quasi ogni giorno troviamo tristi ricorrenze di persone da ricordare perché uccise dal terrorismo o dalla mafia. Sono i nostri martiri. Sono certo che il seme del loro sacrificio farà germogliare una foresta; una foresta di uomini e donne, di ragazze e ragazzi, di cittadini tutti, che con il loro esempio potranno aiutarci a costruire un futuro e un Paese migliore.

http://www.senato.it/4171?atto_presidente=78

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