Ichino, per dare lavoro ai giovani, non solo sgravi, ma anche semplificazioni

“Non solo sgravi fiscali. Per dare lavoro ai giovani norme da semplificare”

L’intervista del senatore Pietro Ichino a La Stampa:”Ecco possibili misure a costo zero”

«Nelle crisi e nelle recessioni i giovani sono sempre quelli che pagano il prezzo più elevato sul piano dell’occupazione. Oggi, quanto a disoccupazione, siamo molto oltre il livello d’allarme: è necessario fare il possibile per togliere sabbia da ingranaggi che non girano più», dice Pietro Ichino, giuslavorista, oggi senatore di Scelta Civica. Il quale aggiunge: «Dobbiamo imparare a essere più attrattativi nei confronti degli investitori esteri, anche rimuovendo i disincentivi di natura normativa all’insediamento in Italia».

Professor Ichino, il governo ha messo al centro della sua azione l’occupazione giovanile, programmando una riduzione di tasse e contributi per i neoassunti a tempo indeterminato. È la strada giusta?

«Sono sicuramente misure utili, ma forse si può essere più coraggiosi e incisivi».

Come si ferma l’emorragia di giovani che lasciano il nostro Paese perché lo reputano ormai senza speranza?

«Se vogliamo una crescita robusta dell’occupazione non basta rimuovere i disincentivi economici, cioè ridurre il cuneo fiscale e contributivo. Occorre anche rimuovere i disincentivi normativi. Il lavoro dipendente regolare oggi è appesantito da una bardatura di regole complesse e intrusive che non ha uguali al mondo».

Lei cosa propone?

«Si può intervenire varando il Codice del lavoro semplificato; e mettendo a disposizione di imprese e lavoratori in via sperimentale un rapporto di lavoro dipendente molto più semplice, meno costoso e meno rigido. Con gli altri senatori di Scelta Civica ho presentato due disegni di legge per mostrare come entrambe queste misure possano essere adottate subito e a costo zero».

Partiamo dal primo: come è strutturato il Codice del lavoro semplificato?

«È un testo unico composto da 70 articoli che sostituisce l’intera legislazione di fonte nazionale in materia di lavoro. Oltre a essere articoli brevi, fatti per essere letti e compresi da tutti, hanno il pregio di essere scritti per essere facilmente traducibili in inglese».

È un vantaggio?

«Certo: il nostro linguaggio giuridico è pieno di termini non traducibili in inglese; abbiamo invece bisogno di una legislazione che sia agevolmente leggibile e comprensibile per tutti sul piano globale. Quando gli investitori stranieri parlano dei nostri eccessi di burocrazia si riferiscono anche a una normativa del lavoro incomprensibile, illeggibile anche per gli esperti italiani, figuriamoci per chi viene da fuori».

Esempi di questa semplificazione?

«La disciplina dell’apprendistato oggi occupa 20 pagine, nel codice semplificato occupa in un articolo di 8 commi. La cassa integrazione oggi è regolata da 34 leggi, nel codice semplificato è regolata da un unico articolo di 5 commi. È così che si toglie sabbia dagli ingranaggi. E questa è una riforma a costo zero».

Concorda con l’idea di concedere incentivi solo a contratti a tempo indeterminato?

«Il mio disegno di legge – n. 555/2013 – che propone un contratto sperimentale prevede che, nei primi tre anni di svolgimento del rapporto, per l’impresa sia sostanzialmente indifferente assumere il lavoratore a termine o a tempo indeterminato: si applica un unico, modesto costo di separazione in entrambi i casi. Se si adottasse questa soluzione, gli sgravi potrebbero essere estesi a entrambe le forme di assunzione».

Si tratta di un contratto a tempo indeterminato a tutele progressive?

«Sostanzialmente sì».

La riforma Fornero va rivista?

«Ho sempre considerato eccessivi i vincoli aggiuntivi posti sul contratto di lavoro dipendente a termine. E si può eliminare qualche complicazione inutile. Ma l’impianto della legge va difeso, soprattutto per la parte che riguarda gli ammortizzatori sociali».

Cosa possiamo chiedere all’Europa che sul lavoro, come su altri fronti, è accusata di scarsa incisività?

«Basterebbe questo: che si consenta la riduzione delle tasse sui redditi di lavoro e di impresa, anche se ciò comporterà un piccolo “sforamento” rispetto al 3% di deficit, in considerazione dell’effetto benefico molto maggiore che questo produrrà sul deficit degli anni futuri».

L’Ilo ha segnalato che per tornare all’occupazione pre­crisi bisogna creare 1,7 milioni di posti di lavoro. Quanto tempo ci vorrà, realisticamente?

«Se l’economia riparte, potremmo farcela anche in un triennio».

L’intervista di Francesco Spini

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...