On. Gea Schirò Planeta: CdM a Isola Capo Rizzuto a Sostegno di Carolina Girasole contro la ‘ndrangheta

Attraverso facebook l’Onorevole Gea Schirò Planeta di Scelta Civica, lancia una proposta al governo: tenere un CdM (Consiglio dei Ministri) a Isola Capo Rizzuto.
Come mai proprio questo paese della Calabria? che importanza ha?
Il paese, in questione ha avuto come sindaco negli scorsi 5 anni la Dott.sa Carolina Girasole, candidatasi alle ultime elezioni per la Camera con Scelta Civica, una donna eccezionale che ha dato prova di una risolutezza e di una forza interiore nell’opporsi alla ‘ndrangheta.
Questa sua dura e ferma lotta alla criminalità organizzata ben radicata nel territorio, le ha portato a conquistarsi il soprannome di ” La ribelle”. Questo suo ribellarsi alla condiscendenza, all’omertà, ai soprusi e alle violenze più o meno visibili, le ha provocato numerose inimicizie, minacce in un escalation di soprusi e di violenza nei suoi confronti e della sua famiglia, ultimo episodio, molto violento di cui è rimasta vittima è l’incendio doloso alla sua casa di vacanze. Gesto intimidatorio di una violenza e gravità inaudita. Come l’ex sindaco Carolina, ci sono molti altri sindaci in prima linea contro la mafia, che ogni giorno si ritrovano a dover fronteggiare, minacce, violenze, sia nei loro confronti che nei confronti dei loro familiari.
Ecco perchè un CdM a Isola Capo Rizzuto ha importanza, serve a rimarcare, sottolineare la presenza dello Stato, che Carolina Girasole non è sola, è sostenuta da tutto il mondo politico, indipendentemente dal colore partitico e dalle ideologie, perchè la lotta alla criminalità organizzata ed in particolare alle diverse mafie riguarda tutti noi singoli cittadini, il nostro benessere ed il nostro futuro.
La lotta alla criminalità non è solo una bandierina ideologica da sventolare in determinate ricorrenze e commemorazioni, o agli anniversari delle stragi di mafia, ma è una guerra che va combattuta quotidianamente, diffondndo la cultura, l’istruzione, lottando contro l’omertà, parlando e denunciando i danni che le organizzazioni criminali fanno all’ambiente, alla salute all’economia ed alla Nazione intera.
Un CdM a Isola Capo Rizzuto sarebbe un modo per mostrare vicinanza a tutte le persone impegnate in prima linea in questa dura e aspra lotta.
Per questo ci auguriamo che il governo Letta accolga la proposta dell’On. Gea Planeta Schirò e al più presto tenga un CdM in questo Paese violentato e deturpato dalla presenza della ‘ndrangheta.
A Carolina Girasole le siamo vicini e la sosteniamo nella sua lotta in prima linea contro questo terribile cancro che lentamente sta uccidendo e stritolando la nostra Italia. Ma non siamo gli unici, siamo convinti che tutti i giovani sono per la legalità e sono stanchi ed arrabbiati di assistere quotidianamente ai soprusi e alle violenze che la criminalità organizzata provoca in tutta Italia da Nord a Sud. proprio per questo abbiamo lanciato una raccolta firme di solidarietà a Carolina Girasole, che non guarda il colore politico ma anzi, ci vuole tutti uniti. Perchè la lotta alle mafie non è ne di destra ne di sinistra o di centro. Ma è una lotta per il bene del Paese, per il progresso di questa Nazione. Un’ azione decisa e determinata da parte del governo contro le mafie può divenire anche un elemento per una più rapida fuoriuscita e ripresa dalla crisi economica.

SINISTRA E DESTRA DI FRONTE ALLA SCOMMESSA EUROPEA

Il Senatore Pietro Ichino partecipando all’assemblea nazionale di LibertàEguale tenutasi a Roma il 25 Maggio, parla del ruolo di Scelta Civica e di come essa sia una forza che va oltre la destra e la sinistra:

“OGGI IL DISCRIMINE FONDAMENTALE DELLA POLITICA ITALIANA NON CORRE FRA I DUE VECCHI SCHIERAMENTI, MA TRA CHI VUOLE DAVVERO PERSEGUIRE FINO IN FONDO LA STRATEGIA DELL’INTEGRAZIONE EUROPEA DELL’ITALIA E CHI INVECE INTENDE MANTENERE IL PAESE ANCORATO AL VECCHIO EQUILIBRIO MEDITERRANEO.
La questione cruciale della politica italiana oggi consiste nella scelta se mantenere il Paese nel suo attuale equilibrio sistemico tradizionale di tipo mediterraneo, oppure imboccare la via di un suo spostamento verso un equilibrio che gli consenta di integrarsi con le altre grandi economie centro- e nord-europee. La profonda riforma necessaria per questa seconda opzione è di tale difficoltà tecnica e politica, urta interessi costituiti e rimuove rendite di tale entità, che essa richiederebbe una grande coalizione tra i partiti maggiori di destra e di sinistra. Senonché, sia all’interno del centrodestra, sia all’interno del centrosinistra, ci sono blocchi politici molto forti che non sono e non saranno mai disponibili per questa “riforma europea”: il loro dna e una loro irremovibile vocazione sono nel senso del mantenimento dell’Italia nel suo attuale “equilibrio mediterraneo” (segue… http://www.pietroichino.it/?p=26885 )

Digressione

‘Coraggio contro i nemici delle riforme’ editoriale di Mario Monti

‘Coraggio contro i nemici delle riforme’ editoriale di Mario Monti

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Scelta Civica nemica delle imprese cui Monti addosserebbe tutte le colpe della crisi? il Presidente risponde, di persona qui con un editoriale
sui rapporti fra Scelta Civica e le imprese dopo le sue critiche a Squinzi, ma soprattutto su quali sono i freni che bloccano il paese e su come Scelta Civica intenda rimuoverli.

Don Pino, Falcone e Borsellino: L’Amore per la verità e la libertà. La lotta contro la schiavitù della mafia

Ieri, 25 Maggio 2013, è stato Beatificato Don Pino Puglisi, morto ammazzato il 15 Settembre 1993 a Palermo da Cosa Nostra; il 23 Maggio del 1992 era avvenuta la strage di Capaci in cui erano morti Falcone, sua moglie e gli uomini della scorta. Due mesi dopo, il 19 Luglio 1992, nella strage di via D’Amelio era morto Borsellino assieme ad alcuni uomini della sua scorta.
Cosa accomuna questi uomini? Tutti e tre credevano fortemente nello Stato e nella legalità; si sono adoperati nella loro vita, nei loro ambiti di competenza, a combattere uno dei cancri di questo Paese, la mafia, che in Sicilia prende il nome di Cosa Nostra. Falcone e Borsellino, nel loro ruolo di magistrati, combattevano usando le armi della legge e della forza; Don Pino utilizzò un’altra arma, molto potente e mortale per la criminalità organizzata: la cultura! Solo lei può contrastare l’ignoranza e portare via i bambini dalla strada e dalla criminalità: chi sa leggere, si informa e sa essere critico, difficilmente può essere piegato dalla volontà altrui, perché c’è un pensiero da distruggere prima di poter manipolare una persona. Le organizzazioni mafiose conoscono bene questa realtà e ci tengono ad avere povera gente da tener ignorante, da tenere al giogo, come bassa manovalanza per arricchirsi. Giusto oggi Papa Francesco ha pronunciato un duro attacco alle organizzazioni mafiose che riducono in schiavitù migliaia di persone, invitandole a convertirsi. Ma la schiavitù non è solo nel racket della prostituzione: anche i piccoli spacciatori assoldati dalla mafia, sebbene sembrino liberi, sono schiavi, schiavi dell’ignoranza, perché non hanno la conoscenza, non hanno gli strumenti per compiere altre scelte. Si può definire libero chi non può scegliere autonomamente perché gli sono sempre stati negati gli strumenti per potersi costruire un proprio pensiero critico? Proprio contro questa schiavitù subdola, nascosta, strisciante, dove le catene sono invisibili e proprio per questo più difficili da rompere, Don Pino Puglisi si è battuto con fermezza ed infinito Amore, per i ragazzi, che sono il futuro della società e del mondo, ma anche per la sua terra. Lo stesso Amore di Borsellino e Falcone, ma anche del Generale Dalla Chiesa e di tutti gli altri morti ammazzati dalle mafie. Mafie al plurale, perché non c’è solo la mafia che ammazza e che uccide con le armi, con lo spaccio di droga o con lo sfruttamento della prostituzione; c’è anche una mafia “pulita” che si sporca le mani solo con i soldi, per riciclarli, o con il potere politico, tentando di corrompere servitori dello stato e talvolta ci riesce. Questi uomini dello stato corrotti e comprati dal potere mafioso sono i veri responsabili di tutte queste morti. Certo i nomi e cognomi dopo 20 anni non li conosciamo ancora e forse non li sapremo mai, ma la colpa è di tutti quelli che sanno e tacciono per paura, di quelli che tacciono perché hanno ricevuto soldi, di quelli che hanno preferito chiudere gli occhi piuttosto che cercare la verità. Perché la verità fa male, fa paura e a volte è più facile guardare di lato accettando una menzogna come vera, che guardare dritti avanti sé ed accettare la verità.
Ma se vogliamo cambiare davvero la nostra Italia, renderla migliore, dobbiamo prendere esempio da loro, amare la cultura, la ricerca continua della verità e dell’onestà. Ci vuole coraggio, ma un bambino di 9 anni che spaccia droga, e rischia di essere ammazzato da un suo coetaneo di una banda rivale, non merita un futuro normale e al sicuro? Non merita il nostro coraggio?

Monti e la “Svolta Civica”

Ieri si è prodotta speranza, un fatto parecchio innovativo in Italia, soprattutto se legato ad un partito politico, eppure è successo: dopo che i giornali si erano affannati ad annunziarne la morte ed officiarne le esequie, Scelta Civica, nelle persone dei suoi eletti (deputati e senatori) si è riunita ed ha discusso il proprio rilancio. Un rilancio con un effetto immediato: convincere Mario Monti a riprenderne la guida, sempre che la squadra che presenterà e discuterà giovedì prossimo venga accettata; ed un effetto più a lungo termine, annunciando un percorso di radicamento territoriale destinato a portare ad un congresso.
La decisione di affidare la presidenza a Monti è stata presa all’unanimità e si è discusso su come formare e portare avanti il partito di cui si è precisato che ha un futuro. Non è insomma solo un baluardo di persone che volevano portare avanti lo spirito e l’agenda del governo Monti, ma si prepara a parlare al Paese in tutte le sue componenti strutturandosi sul territorio.
Scelta Civica in realtà era data per morta soprattutto dai media, mentre ha proposto una Presidente della Repubblica come Anna Maria Cancellieri, la cui candidatura ha raccolto tanta stima da farla poi scegliere a Letta come ministro della Giustizia e ha ottenuto diversi ministeri e sottosegretariati: il ministero per gli Affari Europei, ambito fondamentale del programma montiano, che è stato riconfermato a Moavero Milanesi (ex candidato di Scelta Civica), il ministero della Difesa, che è stato assegnato a Mario Mauro, il sottosegretariato all’Economia, dato a Calenda, e il sottosegretariato agli Esteri, cui è stato chiamato Mario Giro, espertissimo di Africa. Se prima l’immagine di Scelta Civica si era appannata, ora all’improvviso si torna a considerarla un pungolo perché il governo Letta porti avanti le riforme, un polo riformista e innovatore capace di coagulare attorno alle sue proposte il meglio del riformismo di destra e di sinistra.
Questo appare possibile, tanto da portare l’editorialista del “Sole 24 ore” Daniele Bellasio a parlare di “Svolta civica”, ribattezzando il partito in vista di quello che potrebbe diventare se, lavorando sulle riforme, diventasse uno sprone per il governo e attraesse a sé i liberali italiani. Dispiace tuttavia che la vulgata giornalistica consideri contraria a questa spinta la presenza dei cattolici. Su questo punto è necessario chiarire che i cattolici sono tanti e con tanti orientamenti diversi: alcuni, non tutti, sono autentici riformatori e pronti a cambiare le cose tanto quanto i liberali. Papa Francesco sta lì a dimostrarlo, con la trasparenza richiesta allo IOR e la scelta di essenzialità. Molti cattolici di Scelta Civica sono di questa pasta, sono pronti a rischiare, rivendicano diritti non meno dei liberali (hanno presentato una legge sulla cittadinanza per i minori stranieri nati in Italia) non sono certo meno riformisti o versati nel mondo imprenditoriale. Certo nel cattolicesimo politico italiano ci sono stati anche esponenti poco riformatori e pronti più a produrre debito pubblico che a tagliarlo, ma c’è cattolico e cattolico così come c’è liberale e liberale. Scelta Civica o sarà l’unione di spiriti riformatori e saprà guardare più al suo futuro (il progetto comune) che non al suo passato (le provenienze dei suoi membri) o perderà la grande occasione di mostrare che è possibile coniugare il libero mercato con una società attenta a non lasciare indietro i deboli, anche perché che meritocrazia è quella che mantiene la diseguaglianza sociale? Come si fa a premiare il merito se per arrivare a 150 uno parte da 50 e l’altro da 100?
È possibile riuscire a rilanciare un’iniziativa politica per togliere le pastoie che bloccano la nostra economia, adottare misure più incisive contro la corruzione, costruire una giustizia efficiente, una burocrazia veloce che aiuti chi vuole fare impresa in Italia e insieme impegnarsi per una società più inclusiva verso stranieri e anziani, per una ricostruzione del tessuto sociale, per un sostegno maggiore alle famiglie. Non c’è contraddizione tra questi obiettivi e la scommessa di una vera “Svolta Civica” può riuscire e rispondere a tante domande del Paese perché, come ha detto di recente il senatore Monti: “coscienza critica e pungolo, ma non certo limitata alla maggioranza di governo o alla politica. È la stessa società civile che necessita di cambiamento. [..]la superiorità del cosiddetto paese reale è solo presunta. Anche la società civile ha i suoi vizi”. Riuscirà il Paese tutto, col partito di Monti o senza, a fare la sua “Svolta Civica”?

Marazziti: niente scorciatoie, ma il nodo sulla cittadinanza va sciolto

“Stia tranquillo, chi teme sbarchi di immigrate partorienti, disposte a tutto pur di accaparrarsi cittadinanze last minute per i figli. Preoccupazioni fuor di luogo, rassicura Mario Marazziti. «L’introduzione di uno ius soli temperato e dello ius culturae – spiega – nasce proprio per evitare automatismi o scorciatoie. Dare la cittadinanza agli immigrati di seconda generazione – assicura il parlamentare – non significa ridurre l’identità nazionale o svenderla, piuttosto serve ad accrescerla. Al di là di un’esigenza di giustizia per chi è nato qui, conviene al Paese e alla sua sicurezza evitare che tanti giovani che si sentono – e vogliono essere – italiani si percepiscano di fatto rifiutati. Perché un’identità incerta può spingere a scelte antagoniste».

Deputato di “Scelta civica per l’Italia”, Marazziti ha depositato un progetto di legge con la collega Milena Santerini, già sottoscritto anche dai colleghi del Pd Bobba, Realacci e Verini. Un testo che si propone di raccogliere adesioni anche dal Pdl e dal M5S. Ex portavoce di Sant’Egidio, Marazziti ha accettato di portare avanti questa «battaglia di umanizzazione», lanciata dalla Comunità fin dal 2004, stavolta come legislatore, dopo vari «no grazie» detti alla politica: a Veltroni, che lo voleva vicesindaco, al centrosinistra, che gli chiese due volte di candidarsi alla presidenza del Lazio.

Tema politico caldo, la cittadinanza. Le dichiarazioni del ministro per l’Integrazione Kyenge – ora precisate – hanno sollevato un vespaio.
È un tema che va sottratto alla politica e affidato all’iniziativa del Parlamento. Il nostro progetto è stato depositato prima dell’intervento del ministro. Il tempo per affrontarlo è maturo, dopo 20 anni di ideologizzazione. È una realtà che già esiste e va regolata.

I “nuovi italiani” nelle nostre scuole…
Il 70% dei nostri connazionali si stupisce quando scopre che i compagni di scuola dei loro figli, nati da stranieri ma che parlano con l’accento dialettale e amano il calcio, non hanno la cittadinanza.

Qualcuno dice però: l’integrazione è nei fatti, dov’è quest’urgenza?
Siamo quasi alla terza generazione, senza avere ancora sciolto i nodi delle seconde. Oggi abbiamo 4,5 milioni di immigrati, oltre 4 sono regolari, la metà ha il permesso di soggiorno da più di 5 anni. Sono una realtà stabile. I minori sono 993mila, 420mila dei quali nati qui. Uno straniero su quattro è minorenne. A scuola sono l’8%. È un problema non rinviabile: questi bambini nati in Italia spesso non sono mai stati nel Paese dei genitori né parlano la loro lingua, ma fino a 18 anni sono in un limbo. L’Italia ha interesse che questa identità si rafforzi alla radice. Di fatto sono italiani, formalmente non sono né stranieri né italiani. È la generazione «né-né» che sconta problemi pratici e discriminazioni: nelle gite scolastiche all’estero, perché fuori Schengen, o a 18 anni, quando devono chiedere di diventare italiani in un Paese che per 18 anni gli ha detto che non lo sono. Rischiamo una generazione di cittadini disaffezionati al “loro” Paese.

Con i rischi legati alla ricerca di identità alternative: gang etniche, organizzazioni fondamentaliste?
Identità arrabbiate, “contro”, tipo banlieu. Già sono ragazzi che hanno maggiori difficoltà scolastiche, anche se con molte eccezioni. Oggi le cittadinanze concesse dopo 10 anni sono pochissime, nel 2010 solo 66mila. E servono almeno altri 3 anni per le pratiche. Una mia amica somala, Zeinab Dolal, laureata, ha impiegato 18 anni per averla. Esaminavano la pratica dopo un anno e mezzo e il certificato di residenza, che dura un anno, scadeva…

Quale procedura proponete?
Lo ius sanguinis va superato con uno ius soli temperato. Due i casi previsti: cittadinanza per chi nasce in Italia, con almeno uno dei genitori già regolarmente soggiornante in Italia da 5 anni. E cittadinanza concessa su richiesta del ragazzo, nato in Italia oppure entrato entro il quinto anno, quando ha 18 anni compiuti, se ha soggiornato regolarmente. Poi c’è lo ius culturae: cittadinanza su richiesta dei genitori per il figlio non nato in Italia, ma che ha concluso positivamente un ciclo di studi: elementari o medie o superiori. Per gli adulti, infine, passiamo dai 10 anni attuali a 5, come nella maggior parte dei paesi dell’Ue. È previsto anche il riacquisto della cittadinanza italiana per gli italiani all’estero in passato costretti a perderla. Cittadinanza, infine, anche per gli apolidi. Perché avere più italiani crea più coesione sociale e più sicurezza.

Luca Liverani
© riproduzione riservata
http://www.avvenire.it/Politica/Pagine/marazziti-ius-soli-immigrati.aspx

Il buonsenso del Decreto salva ILVA: nell’interesse di tutti.

Il caso ILVA di Taranto, acciaieria più grande d’Europa è emblematico per la sua complessità e per la sfida a cui ci pone, un grande interrogativo che ci interpella tutti quanti; lavoratori, imprenditori, politici, pubbliche amministrazioni (p.a) e magistratura.
Gli interrogativi cui siamo sottoposti sono i seguenti: Diritto al lavoro o diritto alla salute? Quale mettere prima? È possibile una convivenza ed un punto di incontro tra questi due diritti fondamentali?
Interrogativi pesanti che ci scuotono e ci mettono in discussione, una prima risposta potrebbe essere quella dettata dal cuore, dall’istinto umano: La Salute, e quindi in linea con questo pensiero si avanza la richiesta di chiudere lo stabilimento.
Ma a questo punto si pongono una serie di quesiti: Le famiglie cui lo stabilimento dava lavoro, inclusi i lavoratori dell’indotto come si mantengono? Le persone ammalate, senza lavoro come si pagano le cure?
Chi pagherà i costi della chiusura dello stabilimento? Si sa che uno stabilimento di queste dimensioni e di questo tipo, inquina molto di più in fase di spegnimento, chi assorbirà e ammortizzerà le ripercussioni, a livello di salute, sociale ed infine meno importante rispetto ai primi due ma non meno trascurabile i costi economici di una tale dismissione? Che ripercussioni avrà sull’intera economia italiana? Bisogna tenere ben presente che tutte queste ripercussioni hanno una caduta di lungo periodo.
C’è da chiedersi anche perché la magistratura abbia predisposto il blocco di lavorati finiti e pronti alla commercializzazione, facendo perdere così commesse all’azienda, quasi che oltre al danno ci fosse anche la beffa. Ma non addentriamoci in polemiche sterili.
Il governo Monti fornisce una risposta cercando di coniugare il diritto alla salute col diritto al lavoro, promuovendo il decreto legge 207/2012 ( http://www.ediltecnico.it/wp-content/uploads/2012/12/decreto-ilva-dl-207-2012.pdf ) il quale prevede, su autorizzazione del Ministro dell’ambiente, se l’azienda è di interesse strategico per la nazione e/o ha più di 200 lavoratori (inclusi quelli in CIG) il proseguo dell’attività produttiva dello stabilimento imponendo allo stesso di adeguarsi e di introdurre nei successivi 36 mesi tutte le tecniche e procedure all’avanguardia atte a ridurre l’impatto ambientale, la mancata osservanza di tale norma prevede sanzioni pari al 10% dell’intero fatturato della società. Inoltre ogni sei mesi il parlamento deve essere aggiornato dal ministro competente dello stato di attuazione dell’ AIA ( Autorizzazione Integrata Ambientale). Questo ovviamente non blocca i procedimenti penali e le responsabilità, che la magistratura dovrà accertare perché il quesito che ci si pone è il seguente: se le autorità locali competenti, avessero fatto il loro dovere, monitorando, sanzionando, imponendo di volta in volta gli adeguamenti necessari, oggi che situazione avremmo? Forse molti casi di tumore gli avremmo evitati? Forse oggi l’ILVA sarebbe si un posto di lavoro rischioso, ma meno di quello che è oggi.
Il mondo economico necessità anche di attività rischiose, necessarie, utopicamente potremmo dire che per evitarle si potrebbe cambiare tipo di economia, rinunciare magari alle automobili (principali consumatori di acciaio) e così via rinunciare a tutti gli altri prodotti derivati dalla siderurgia, oppure più realisticamente è cercare di limitare al minimo i rischi per la salute, per fare questo basta il buonsenso e il senso di responsabilità da parte di tutti. Il governo Monti con questo provvedimento l’ha dimostrato, gli altri?

La scommessa generosa di Mario Monti

In questi giorni si susseguono sui giornali gli editoriali di commento alla fine del governo Monti. Le analisi sulle cose fatte sono le più svariate e dipendono strettamente dall’ orientamento politico dell’editorialista eppure su una cosa sembrano essere tutti concordi: ‘ Monti non doveva candidarsi; se sfiduciato, anche se in modo inufficiale da Alfano, Monti fosse rimasto in silenzio o si fosse ritirato in un nobile e aristocratico disinteresse avrebbe certamente reso un servizio migliore all’Italia’. Secondo questi commentatori, insomma Monti ha voluto strafare e travolto da un eccesso di ambizione ora è rimasto senza nulla.
Su questo vorrei soffermarmi, in primis sulla nullificazione di un movimento politico che, nato in appena un mese, ha raggiunto il 10% delle preferenze, conta 40 deputati, ha espresso tre ministri ed ha avuto il voto di 3’000’000 di elettori. Sicuri che aver messo in campo una forza di questo tipo non sia stato importante? Banalmente, come detto dallo stesso Monti, ha impedito al centrodestra di vincere le elezioni e di esprimere il Presidente della Repubblica, poi ha portato in campo forze ed energie nuove. Poteva raggiungere risultati più rilevanti, certo, ma vi sono forze politiche storiche come la Lega o Sinistra Ecologia e Libertà che da un risultato come quello di Scelta Civica sono rimaste ben lontane.
Ha portato alla candidatura di personalità di spicco del mondo dell’associazionismo come Andrea Olivero delle Acli o Mario Marazziti della Comunità di Sant’Egidio, imprenditori come Bombassei o servitori delle istituzioni come Enzo Moavero. Ha sollevato temi. Contribuire alla nascita di un partito che cerca di dare un contributo tematico diverso e di valorizzare al massimo la società civile non è forse positivo? Certo non paga nel breve tempo, ma qui vi è tutta la generosità di Monti nell’operazione Scelta Civica, fare una campagna elettorale e prestarsi nel dare visibilità ad un movimento nascente e poi farsi da parte nel momento in cui esso va a costituirsi (niente incarichi di partito), lavorare propositivamente per dare al paese un Presidente della Repubblica con una buona candidata come la Cancellieri, per poi confluire sull’insperata disponibilità di Napolitano, disponibilità più volte richiesta da Monti.
Richiesto su quale fosse il suo candidato ideale alla presidenza della repubblica, Monti disse non mi spiacerebbe Bonino,ma il mio candidato e’ Napolitano. Sulla presunta sete di poltrone del Professore l’abbiamo visto dare il buon esempio rinunciando ad un ministero prestigioso come quello degli Esteri per non mettere in difficoltà Letta che avrebbe dovuto giustificare la presenza di Monti e l’esclusione dei big Pdl.
Si possono avere pareri più svariati sulla valutazione dell’azione del governo Monti, sulla conduzione della campagna elettorale, ma se la colpa di Monti candidandosi e’ stata quella di perdere l’aura di tecnico e dunque di non essere più il candidato super partes ideale per la presidenza della Repubblica, non si può poi accusarlo di essersi candidato per una brama di potere che avrebbe facilmente soddisfatto rimanendo fuori dalla partita elettorale. La partita di Scelta Civica, il suo diventare una formazione politica adulta e radicata sul territorio e’ ora in corso se saprà essere una forza di cambiamento e democratica al suo interno penso che verrà riconosciuto a Monti di aver contribuito molto di più al bene del paese aggiungendo al suo panorama politico una forza non populista e responsabile che ottenendo, certamente con più soddisfazione personale ed un plauso immediato, importanti cariche di garanzia come la presidenza della Repubblica. I primi disegni legge presentati in Parlamento sulla trasparenza, sulla sperimentazione di forme contrattuali più flessibili e sulla cittadinanza ai minori stranieri nati in Italia fanno già vedere un segno di attenzione non propagandistica a tematiche fondamentali come Pa, lavoro e diritti e fanno ben sperare che la scommessa del professore valga la posta.

1°Maggio: Da dove nasce? Che significato ha oggi?

1° Maggio. Festa dei lavoratori.

Ma perché è stata scelta proprio quella data? Cos’ha di importante? Cosa si festeggia?

Innanzitutto è una festa che viene celebrata in tutte le Nazioni del Mondo che vogliono ricordare i vantaggi delle lotte sindacali ed i traguardi in campo economico e sociale raggiunti dai lavoratori.

L’origine della festa risale al 5 settembre 1882 quando a New York i cavalieri del lavoro indissero una manifestazione. Due anni dopo, nel 1884 in una manifestazione analoga venne ratificata una mozione per celebrare l’evento annualmente. Alcune organizzazioni sindacali volevano spostare la festa al 1°Maggio, festa di S.Giuseppe Lavoratore.

Ma ciò che indusse  a fissare la festa il primo maggio furono i gravi episodi di repressione di manifestazioni sindacali svoltesi negli Usa nei primi di Maggio.

Nei primi giorni di maggio del 1886, infatti,  a Chicago (USA) vi fu la rivolta di Haymarket. Che vide la polizia sparare sui lavoratori in sciopero all’ingresso della fabbrica di macchine agricole McCormick uccidendo due operai.  Il movimento anarchico indisse allora una manifestazione all’Haymarket Square, piazza che normalmente ospitava il mercato delle macchine agricole, per il giorno seguente; la reazione delle forze dell’ordine fu ancora più brutale: aprendo il fuoco sui manifestanti fecero numerose vittime.  L’anno dopo sempre a Chicago vennero impiccati per aver organizzato uno sciopero ed una manifestazione per le otto ore di lavoro  quattro operai, quattro sindacalisti e quattro anarchici.  Si era già individuata in quella data, una data simbolo per la mobilitazione.

In Europa la festività del primo maggio fu ufficializzata come festa dei lavoratori dai delegati socialisti della Seconda Internazionale riuniti a Parigi nel 1889 e ratificata in Italia due anni dopo. La rivista La Rivendicazione, pubblicata a Forlì, cominciava così l’articolo Per il primo Maggio, uscito il 26 aprile 1890: “Il primo maggio è come parola magica che corre di bocca in bocca, che rallegra gli animi di tutti i lavoratori del mondo, è parola d’ordine che si scambia fra quanti si interessano al proprio miglioramento”.

Dal 1990 in Italia i sindacati CISL, CGIL e UIL in collaborazione col comune di Roma organizzano un grande concerto in Piazza San Giovanni.

Oggi leggo molti post su facebook che non c’è nulla da festeggiare, ma forse oggi più di ieri in piena crisi c’è da commemorare, riportando alla luce il vero motivo per cui è stato istituito il primo Maggio, un giorno che ci da l’opportunità di riflettere sui cambiamenti che stiamo vivendo, delle sfide che la globalizzazione ci impone, di riflettere su qual è il ruolo dei sindacati nella nostra società, di come possano essere utili ai lavoratori, ma anche ai giovani che vogliono entrare nel mondo del lavoro, o a chi ha perso il lavoro e non è più giovane.

I sindacati erano nati per difendere i deboli, per riequilibrare i rapporti di forza tra datore di lavoro e lavoratori. Oggi in un’Italia in crisi, dove anche moltissimi imprenditori arrivano all’estremo gesto del suicidio perché non riescono a pagare i propri dipendenti, sono in crisi anche i sindacati.  Sono in crisi perché non percepiti come utili da gran parte dei lavoratori, perché visti come una bandiera e non come una rappresentanza capace di sedersi ad un tavolo insieme alla parte datoriale e trovare una soluzione. Sembrano incapaci le rappresentanze dei lavoratori e dei datori di lavoro di vedere come affrontare la crisi insieme, come affrontare la concorrenza dei Paesi emergenti, come mantenere la competitività; Perché la crisi è vero è mondiale e colpisce soprattutto i ceti più bassi, ma in Italia il PIL non cresce o cresce a ritmi molto più bassi rispetto al resto dell’Europa da almeno una ventina d’anni e l’impoverimento riguarda tutti, ovviamente si sente prima e in modo più marcato nelle classi basse ma nel tempo logora anche i Piccoli/Medi Imprenditori, impoverendoli avvitandosi così in una spirale che trascina verso il basso. Certamente i governi del ventennio precedente hanno concorso a creare questa situazione, le imprese sicuramente non hanno investito abbastanza in innovazione o si sono adagiate su risultati già ottenuti, ma anche i sindacati hanno le loro responsabilità.

Quest’anno il 1°Maggio forse sarà più mesto, ma magari con meno baldoria ci si può dedicare a una riflessione ed a una autocritica, riscoprendo il vero valore di essere in prima linea a difesa dei più deboli., di un mercato del lavoro, di tutti i lavoratori (perché sono lavoratori anche gli imprenditori) che ci si rimbocchi le maniche e, invece che cercare un colpevole, partiti, politica, sindacati, imprese,  si cerchino soluzioni per sbloccare una burocrazia impantanata, riprendere ad  investire ed ad attrarre investimenti, assumere, aumentare la produttività, far tornare il lavoro uno strumento di valorizzazione dei talenti di ciascuno, riportare l’Italia in una posizione da protagonista sui grandi mercati

Riflettere su come fare, ciascuno al meglio il proprio lavoro potrebbe essere un modo per cominciare a festeggiare davvero, da domani fino al prossimo Primo Maggio la festa dei lavoratori.