Don Pino, Falcone e Borsellino: L’Amore per la verità e la libertà. La lotta contro la schiavitù della mafia

Ieri, 25 Maggio 2013, è stato Beatificato Don Pino Puglisi, morto ammazzato il 15 Settembre 1993 a Palermo da Cosa Nostra; il 23 Maggio del 1992 era avvenuta la strage di Capaci in cui erano morti Falcone, sua moglie e gli uomini della scorta. Due mesi dopo, il 19 Luglio 1992, nella strage di via D’Amelio era morto Borsellino assieme ad alcuni uomini della sua scorta.
Cosa accomuna questi uomini? Tutti e tre credevano fortemente nello Stato e nella legalità; si sono adoperati nella loro vita, nei loro ambiti di competenza, a combattere uno dei cancri di questo Paese, la mafia, che in Sicilia prende il nome di Cosa Nostra. Falcone e Borsellino, nel loro ruolo di magistrati, combattevano usando le armi della legge e della forza; Don Pino utilizzò un’altra arma, molto potente e mortale per la criminalità organizzata: la cultura! Solo lei può contrastare l’ignoranza e portare via i bambini dalla strada e dalla criminalità: chi sa leggere, si informa e sa essere critico, difficilmente può essere piegato dalla volontà altrui, perché c’è un pensiero da distruggere prima di poter manipolare una persona. Le organizzazioni mafiose conoscono bene questa realtà e ci tengono ad avere povera gente da tener ignorante, da tenere al giogo, come bassa manovalanza per arricchirsi. Giusto oggi Papa Francesco ha pronunciato un duro attacco alle organizzazioni mafiose che riducono in schiavitù migliaia di persone, invitandole a convertirsi. Ma la schiavitù non è solo nel racket della prostituzione: anche i piccoli spacciatori assoldati dalla mafia, sebbene sembrino liberi, sono schiavi, schiavi dell’ignoranza, perché non hanno la conoscenza, non hanno gli strumenti per compiere altre scelte. Si può definire libero chi non può scegliere autonomamente perché gli sono sempre stati negati gli strumenti per potersi costruire un proprio pensiero critico? Proprio contro questa schiavitù subdola, nascosta, strisciante, dove le catene sono invisibili e proprio per questo più difficili da rompere, Don Pino Puglisi si è battuto con fermezza ed infinito Amore, per i ragazzi, che sono il futuro della società e del mondo, ma anche per la sua terra. Lo stesso Amore di Borsellino e Falcone, ma anche del Generale Dalla Chiesa e di tutti gli altri morti ammazzati dalle mafie. Mafie al plurale, perché non c’è solo la mafia che ammazza e che uccide con le armi, con lo spaccio di droga o con lo sfruttamento della prostituzione; c’è anche una mafia “pulita” che si sporca le mani solo con i soldi, per riciclarli, o con il potere politico, tentando di corrompere servitori dello stato e talvolta ci riesce. Questi uomini dello stato corrotti e comprati dal potere mafioso sono i veri responsabili di tutte queste morti. Certo i nomi e cognomi dopo 20 anni non li conosciamo ancora e forse non li sapremo mai, ma la colpa è di tutti quelli che sanno e tacciono per paura, di quelli che tacciono perché hanno ricevuto soldi, di quelli che hanno preferito chiudere gli occhi piuttosto che cercare la verità. Perché la verità fa male, fa paura e a volte è più facile guardare di lato accettando una menzogna come vera, che guardare dritti avanti sé ed accettare la verità.
Ma se vogliamo cambiare davvero la nostra Italia, renderla migliore, dobbiamo prendere esempio da loro, amare la cultura, la ricerca continua della verità e dell’onestà. Ci vuole coraggio, ma un bambino di 9 anni che spaccia droga, e rischia di essere ammazzato da un suo coetaneo di una banda rivale, non merita un futuro normale e al sicuro? Non merita il nostro coraggio?

Digressione

Giornata della memoria delle vittime del terrorismo, ricordando Moro

Giornata della memoria delle vittime del terrorismo, ricordando Moro

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Il Presidente: Discorsi
“Giorno della memoria” dedicato alle vittime del terrorismo interno e internazionale e delle stragi di tale matrice
Intervento del Presidente Grasso nell’Aula di Palazzo Madama

Signor Presidente della Repubblica, Autorità, familiari delle vittime, cari ragazzi,

è con immenso piacere e partecipe commozione che come presidente del Senato ho accolto l’invito ad ospitare in quest’Aula la solenne cerimonia del “Giorno della memoria”, che si pone in piena continuità con le celebrazioni che ogni anno dal 2008, in questo anniversario del 9 maggio, sono state vissute al Quirinale dal Presidente Napolitano con affettuosa partecipazione emotiva, con alto senso di responsabilità nella lettura imparziale di fatti di diversa estrazione ideologica e col massimo impegno istituzionale, per ricordare le vittime del terrorismo, per dare sostegno morale ai loro familiari, per un momento di intensa riflessione su quel periodo di storia sofferta.

Sono profondamente grato al Presidente Giorgio Napolitano che mi da oggi la possibilità di vivere le sue stesse emozioni, che mi trasmette il senso di questo impegno morale di portare avanti con determinazione e tenacia la memoria ed il dialogo, di mantenere sempre alta l’attenzione sulle singole vicende, di continuare a tenere uniti coloro che per anni sono stati divisi, di rimanere vicino e partecipe al dolore delle famiglie.
Permettetemi di rivolgere un particolare affettuoso saluto a tutti i familiari che con amore raccontano le storie di vita e di sacrificio proprie e dei loro cari perché si trasformino in memoria collettiva e lezione di vita. Vi ringrazio per essere presenti; immagino sia difficile, penoso, duro, ma la vostra partecipazione è importante per non arrendersi, per raccontare, far conoscere questi tragici fatti anche a coloro che, a distanza di tanti anni, li percepiscono come una pagina di storia e non come una realtà viva e ancora dolente.
E non posso che esprimere, fin da subito, profonda gratitudine e riconoscenza a tutte le Associazioni per il loro costante impegno, per la loro caparbia volontà nel difendere la verità e la memoria.

Con grande piacere rivolgo le mie parole anche ai ragazzi presenti in questa Aula. Voi rappresentate il passaggio tra il ricordo e il futuro.
Le vittime del terrorismo e della criminalità sono numerosissime; ci riferiamo non solo a coloro che sono caduti nell’esercizio del proprio lavoro e nella ricerca della verità; non solo a coloro che sono morti nell’adempimento del proprio dovere, come il personale di pubblica sicurezza, che ha la funzione di proteggere le istituzioni e i cittadini; non solo alle vittime colpite nella propria quotidianità, colpevoli soltanto di trovarsi per le strade e per le piazze delle proprie città nel momento sbagliato: ci riferiamo anche alle vittime morali del terrorismo, a chi ha sopportato il fardello della violenza subita, dell’impotenza, della frustrazione. Oggi le vogliamo ricordare tutte, le vittime di quegli anni. Tutte, qualunque fosse la collocazione politica di chi colpiva e di chi veniva colpito. Qualunque fossero le motivazioni ideologiche e il contesto storico.

Ma il ricordo non basta: è necessario accompagnarlo alla volontà esplicita di conoscere tutte le verità, anche quelle rimaste nascoste e di capire perchè non sia stato possibile fare completa luce sulle stragi.
Abbiamo il dovere di farlo per alcuni irrinunciabili motivi:
per dare giustizia alle famiglie che hanno subito la perdita dei propri cari;
per affermare che lo Stato è stretto attorno a loro non solo nel più sentito cordoglio, ma anche nella ricerca della verità;
per rendere consapevoli i nostri giovani che con lo spirito di unità, con il senso dello Stato, si vince sempre;
La stagione terroristica in Italia inizia con la strage di piazza Fontana: era il 12 dicembre del 1969. Lo sgomento di quei giorni è intatto nella nostra memoria. Da quel momento una lunga teoria di attentati insanguinò le strade e le piazze del nostro Paese, lacerandone l’identità culturale. Un coacervo di forze che in quegli anni aveva come scopo la destabilizzazione e l’eversione.
Le vittime sono tutte uguali e il dolore di ciascuno di voi, mogli, figli genitori, é ugualmente e intimamente duro da portare.

La scelta della data per “il Giorno della memoria” è caduta sull’anniversario dell’assassinio di Aldo Moro perché quella decisione spietata, che portò dopo 54 giorni di prigionia all’uccisione del Presidente della Democrazia Cristiana, ha rappresentato un momento di condivisa presa di coscienza da parte dello Stato. Quello Stato che, purtroppo, solo allora, capì che la reazione non poteva più tardare.
Le Brigate rosse avevano colpito il perno del sistema politico e istituzionale su cui poggiava la democrazia. Moro divenne la vittima simbolo di un sistema, fu la tragedia non solo della perdita di un alto rappresentante delle Istituzioni ma di tutto il Paese.
E’ la storia di un padre premuroso, di un marito affettuoso, dell’omicidio di un servitore dello Stato, al quale, tragicamente, ne seguiranno altri. E’ la storia di Raffaele Iozzino, di Oreste Leonardi, di Giulio Riviera, Francesco Zizzi e Domenico Ricci, il cui figlio Giovanni oggi ringrazio per il suo intervento così toccante. Condivido ogni singola parola, ogni singolo passaggio della sua testimonianza. Ma quanto mi rende partecipe il suo voler abbandonare la stagione dell’odio! E’ vero: la stagione del dolore e della rabbia devono cedere il posto ad una nuova primavera che ci liberi dal peso enorme di quegli anni.
Quante energie preziose perse l’Italia negli anni che precedettero e che seguirono. Del rogo di Primavalle ricorre il 40° anniversario. Caro Signor Mattei la ringrazio per la testimonianza, che so essere dolorosa e sofferta. Io, quale rappresentante delle istituzioni, mi sento oggi responsabile di un sistema giudiziario che non seppe trovare in tempo quelle verità che avrebbero reso giustizia. La verità oggi è nota e gli assassini sono rei confessi. Mai più succeda che la giustizia sia negata.

Firenze vent’anni fa un’autobomba proprio non se l’aspettava. La strage, che colpì tanti innocenti, venne inquadrata come una reazione di cosa nostra all’applicazione del carcere duro per i mafiosi, che le stesse sentenze definirono come terrorismo mafioso e di cui ancora non si conoscono tutti i mandanti. Ma la differenza tra strage di mafia e di terrorismo è così grande? Ringrazio lei Signora Giovanna, Presidente dell’Associazione Tra i familiari delle Vittime di Via dei Georgofili, per essere presente oggi e per averci ricordato quella strage orrenda citando le parole di un magistrato, Gabriele Chelazzi, insieme al quale ho avuto il privilegio di lavorare e di cui quest’anno ricorre il 10° anniversario della morte. Chelazzi, fin da quella notte del 27 maggio, indagò sulla strage, lavorando in maniera spasmodica e dimostrando fedeltà alla sua missione, al suo compito, ai suoi doveri. Il messaggio che ci ha lasciato quest’uomo è un invito a fare bene il nostro lavoro, a non arrenderci mai, un invito alla politica a fare la propria parte nell’accertamento della verità, ad arrivare là dove la verità giudiziaria non può giungere.

Oggi da Presidente del Senato, da cittadino e da uomo delle istituzioni mi impegno a fare quanto possibile nel mio ruolo per accertare pienamente la verità, certo di poter contare su un corrispondente impegno del Governo, del Parlamento, di tutte le istituzioni democratiche e fiducioso negli strumenti in nostro possesso. Auspico, come più volte affermato, che il Parlamento, qualora approvi i disegni di legge già presentati per istituire la Commissione bicamerale d’inchiesta sul fenomeno mafioso, possa estenderne le competenze anche ad altre stragi di qualsiasi estrazione rimaste irrisolte. Se le forze del male si compattano, lo Stato deve poter rispondere con altrettanta compattezza e forza per scongiurare ogni rischio di riproduzione di quei fenomeni che tanto sono costati alla democrazia e agli italiani e che tanto potrebbero costare ai nostri figli.
Ma oltre a cercare la verità, occorre rafforzare la cultura della convivenza pacifica, della tolleranza politica, culturale e religiosa, ribadire le regole democratiche, i principi, i diritti e i doveri sanciti dalla Costituzione. Lo dobbiamo fare lottando quotidianamente, con coraggio e determinazione, confortati dalla speranza che si può cambiare, che si può e si deve agire per costruire una società migliore. Si può migliorare, ne sono profondamente convinto. Credo che con la forza di tutti si possa fare molto. E oggi la nostra forza siete voi, il vostro dolore composto, la dignità con la quale in tutti questi anni, avete invocato verità e giustizia; la nostra forza sono i vostri figli che, privati dei loro affetti più cari, arricchiscono il nostro sforzo collettivo di mantenerne viva e costante la memoria, rendendo omaggio al sacrificio di tanti.

Quel che più mi preme é porre un limite insuperabile a qualsiasi forma di violenza (armata, fisica od anche verbale), perfettamente convinto che non possano esistere ragioni di dissenso politico o di tensioni economiche e sociali che giustifichino in alcun modo il ricorso alla forza, ad atti di ribellione o di protesta violenta, che rischino di trasmodare e di generare terrore in cittadini indifesi ed innocenti.
Scorrendo il calendario quasi ogni giorno troviamo tristi ricorrenze di persone da ricordare perché uccise dal terrorismo o dalla mafia. Sono i nostri martiri. Sono certo che il seme del loro sacrificio farà germogliare una foresta; una foresta di uomini e donne, di ragazze e ragazzi, di cittadini tutti, che con il loro esempio potranno aiutarci a costruire un futuro e un Paese migliore.

http://www.senato.it/4171?atto_presidente=78

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Digressione

Ricordando Peppino Impastato

Ricordando Peppino Impastato

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Stamattina Peppino avrebbe dovuto tenere il comizio conclusivo della sua campagna elettorale.
Non ci sarà nessun comizio e non ci saranno più altre trasmissioni. Peppino non c’è più, è morto, si è suicidato. No, non sorprendetevi perché le cose sono andate veramente così. Lo dicono i carabinieri, il magistrato lo dice. Dice che hanno trovato un biglietto: “voglio abbandonare la politica e la vita”.
Ecco questa sarebbe la prova del suicidio, la dimostrazione. E lui per abbandonare la politica e la vita che cosa fa: se ne va alla ferrovia, comincia a sbattersi la testa contro un sasso, comincia a sporcare di sangue tutto intorno, poi si fascia il corpo con il tritolo e salta in aria sui binari. Suicidio.
Come l’anarchico Pinelli che vola dalle finestre della questura di Milano oppure come l’editore Feltrinelli che salta in aria sui tralicci dell’Enel. Tutti suicidi. Questo leggerete domani sui giornali, questo vedrete alla televisione. Anzi non leggerete proprio niente, perché domani stampa e televisione si occuperanno di un caso molto importante. Il ritrovamento a Roma dell’onorevole Aldo Moro, ammazzato come un cane dalle brigate rosse. E questa è una notizia che naturalmente fa impallidire tutto il resto. Per cui chi se ne frega del piccolo siciliano di provincia, ma chi se ne fotte di questo Peppino Impastato. Adesso fate una cosa: spegnetela questa radio, voltatevi pure dall’altra parte, tanto si sa come vanno a finire queste cose, si sa che niente può cambiare. Voi avete dalla vostra la forza del buonsenso, quella che non aveva Peppino.
Domani ci saranno i funerali. Voi non andateci, lasciamolo solo. E diciamolo una volta per tutte che noi siciliani la mafia la vogliamo. Ma non perché ci fa paura, perché ci dà sicurezza, perché ci identifica, perché ci piace. Noi siamo la mafia. E tu Peppino non sei stato altro che un povero illuso, tu sei stato un ingenuo, sei stato un nuddu miscato cu niente.
(Salvo Vitale) [A Radio Aut la notte della morte di Peppino Impastato]

Addio Agnese. Ora saprai la verità sulla morte di tuo marito Paolo Borsellino.

21 anni fa vi fu la strage  di via D’Amelio, dove perse la vita il Giudice Procuratore della Repubblica a Marsala Paolo Borsellino. Quel drammatico pomeriggio del 19 Luglio 1992, morirono assieme al Giudice, anche gli uomini della sua scorta e la speranza di porre fine alla mafia.  Ora, 21 anni dopo, a seguito di una lunga malattia è venuta a mancare la Vedova Borsellino, all’età di 71 anni.

Ora Lei avrà tutte le risposte, saprà il contenuto della famosa agenda rossa mai ritrovata dagli inquirenti, scoprirà, perché suo marito è morto, saprà perché ha sopportato un dolore così profondo e lacerante per anni, senza avere mai una risposta. Conoscerà i colpevoli, i veri mandanti della strage, o meglio delle stragi, il significato delle morti del Generale Dalla Chiesa, di Giovanni Falcone,  di sua moglie Francesca Morvillo e tutti gli uomini della scorta ma anche di tutti gli altri morti uccisi dalla mafia. Agnese ora saprai tutta la verità, avrai finalmente giustizia.

Un tuo diritto. Un diritto che ti è stato negato, da una magistratura lenta, da una classe politica inadeguata, che non è riuscita a farsi garante dei propri uomini, che aveva abbandonato Paolo e Giovanni ancor prima che morissero, per poi elevarli ad eroi, come se questo gesto doveroso e necessario lì assolvesse da ogni mancanza ed inadeguatezza nel combattere cosa nostra.

Ora a Noi italiani rimangono i tuoi insegnamenti, il tuo senso d’onore e di dignità con i quali hai vissuto tutta la tua vita.

Ci rimane anche l’amarezza e il profondo senso di vergogna di averti negato un tuo diritto.

Agnese, ora che Sei Lassù assieme al Tuo Paolo e conosci tutta la verità, guarda la tua Italia e guidala verso la verità, perché possa diventare una terra più giusta e nessuno in futura subisca il dolore di una perdita drammatica come la tua.

1°Maggio: Da dove nasce? Che significato ha oggi?

1° Maggio. Festa dei lavoratori.

Ma perché è stata scelta proprio quella data? Cos’ha di importante? Cosa si festeggia?

Innanzitutto è una festa che viene celebrata in tutte le Nazioni del Mondo che vogliono ricordare i vantaggi delle lotte sindacali ed i traguardi in campo economico e sociale raggiunti dai lavoratori.

L’origine della festa risale al 5 settembre 1882 quando a New York i cavalieri del lavoro indissero una manifestazione. Due anni dopo, nel 1884 in una manifestazione analoga venne ratificata una mozione per celebrare l’evento annualmente. Alcune organizzazioni sindacali volevano spostare la festa al 1°Maggio, festa di S.Giuseppe Lavoratore.

Ma ciò che indusse  a fissare la festa il primo maggio furono i gravi episodi di repressione di manifestazioni sindacali svoltesi negli Usa nei primi di Maggio.

Nei primi giorni di maggio del 1886, infatti,  a Chicago (USA) vi fu la rivolta di Haymarket. Che vide la polizia sparare sui lavoratori in sciopero all’ingresso della fabbrica di macchine agricole McCormick uccidendo due operai.  Il movimento anarchico indisse allora una manifestazione all’Haymarket Square, piazza che normalmente ospitava il mercato delle macchine agricole, per il giorno seguente; la reazione delle forze dell’ordine fu ancora più brutale: aprendo il fuoco sui manifestanti fecero numerose vittime.  L’anno dopo sempre a Chicago vennero impiccati per aver organizzato uno sciopero ed una manifestazione per le otto ore di lavoro  quattro operai, quattro sindacalisti e quattro anarchici.  Si era già individuata in quella data, una data simbolo per la mobilitazione.

In Europa la festività del primo maggio fu ufficializzata come festa dei lavoratori dai delegati socialisti della Seconda Internazionale riuniti a Parigi nel 1889 e ratificata in Italia due anni dopo. La rivista La Rivendicazione, pubblicata a Forlì, cominciava così l’articolo Per il primo Maggio, uscito il 26 aprile 1890: “Il primo maggio è come parola magica che corre di bocca in bocca, che rallegra gli animi di tutti i lavoratori del mondo, è parola d’ordine che si scambia fra quanti si interessano al proprio miglioramento”.

Dal 1990 in Italia i sindacati CISL, CGIL e UIL in collaborazione col comune di Roma organizzano un grande concerto in Piazza San Giovanni.

Oggi leggo molti post su facebook che non c’è nulla da festeggiare, ma forse oggi più di ieri in piena crisi c’è da commemorare, riportando alla luce il vero motivo per cui è stato istituito il primo Maggio, un giorno che ci da l’opportunità di riflettere sui cambiamenti che stiamo vivendo, delle sfide che la globalizzazione ci impone, di riflettere su qual è il ruolo dei sindacati nella nostra società, di come possano essere utili ai lavoratori, ma anche ai giovani che vogliono entrare nel mondo del lavoro, o a chi ha perso il lavoro e non è più giovane.

I sindacati erano nati per difendere i deboli, per riequilibrare i rapporti di forza tra datore di lavoro e lavoratori. Oggi in un’Italia in crisi, dove anche moltissimi imprenditori arrivano all’estremo gesto del suicidio perché non riescono a pagare i propri dipendenti, sono in crisi anche i sindacati.  Sono in crisi perché non percepiti come utili da gran parte dei lavoratori, perché visti come una bandiera e non come una rappresentanza capace di sedersi ad un tavolo insieme alla parte datoriale e trovare una soluzione. Sembrano incapaci le rappresentanze dei lavoratori e dei datori di lavoro di vedere come affrontare la crisi insieme, come affrontare la concorrenza dei Paesi emergenti, come mantenere la competitività; Perché la crisi è vero è mondiale e colpisce soprattutto i ceti più bassi, ma in Italia il PIL non cresce o cresce a ritmi molto più bassi rispetto al resto dell’Europa da almeno una ventina d’anni e l’impoverimento riguarda tutti, ovviamente si sente prima e in modo più marcato nelle classi basse ma nel tempo logora anche i Piccoli/Medi Imprenditori, impoverendoli avvitandosi così in una spirale che trascina verso il basso. Certamente i governi del ventennio precedente hanno concorso a creare questa situazione, le imprese sicuramente non hanno investito abbastanza in innovazione o si sono adagiate su risultati già ottenuti, ma anche i sindacati hanno le loro responsabilità.

Quest’anno il 1°Maggio forse sarà più mesto, ma magari con meno baldoria ci si può dedicare a una riflessione ed a una autocritica, riscoprendo il vero valore di essere in prima linea a difesa dei più deboli., di un mercato del lavoro, di tutti i lavoratori (perché sono lavoratori anche gli imprenditori) che ci si rimbocchi le maniche e, invece che cercare un colpevole, partiti, politica, sindacati, imprese,  si cerchino soluzioni per sbloccare una burocrazia impantanata, riprendere ad  investire ed ad attrarre investimenti, assumere, aumentare la produttività, far tornare il lavoro uno strumento di valorizzazione dei talenti di ciascuno, riportare l’Italia in una posizione da protagonista sui grandi mercati

Riflettere su come fare, ciascuno al meglio il proprio lavoro potrebbe essere un modo per cominciare a festeggiare davvero, da domani fino al prossimo Primo Maggio la festa dei lavoratori.

Il 25 Aprile festa della liberazione

Il 25 Aprile è la festa della liberazione dal nazifascismo, di chi voleva un’Italia libera e democratica contro chi voleva un paese totalitario. La guerra partigiana è stata una guerra con orrori e morti da entrambe le parti, ma il suo esito è stata la Costituente, un lavoro che ha visto uniti, come durante la Resistenza, cattolici e comunisti, monarchici e trotzkisti.

Il 25 Aprile 1945 i nazifascisti lasciarono Milano e si ritirarono. Ricordare quel giorno non è celebrare una festa di parte, ma è commemorare chi si è battuto contro due totalitarismi per un’Italia diversa. Se dopo la liberazione ci fu una pacificazione lo dobbiamo anche al rispetto reciproco fra le varie forze maturato durante la Resistenza, movimento in cui si ritrovarono, dopo l’8 settembre, giovani di tutta Italia che sfuggivano all’arruolamento forzoso nell’esercito nazista e alla deportazione, la pena per chi rifiutava l’arruolamento forzato nelle truppe nazifasciste. Molti Italiani collaborarono alla Resistenza, ciascuno come poteva: chi dando cibo ai partigiani, chi facendo da staffetta, chi dando abiti civili ai giovani militari perché potessero togliersi le uniformi e rendersi non riconoscibili per i Tedeschi che cercavano i soldati sbandati dopo l’8 settembre. Alcuni nascosero gli ebrei, altri aiutarono a depistare i Tedeschi, altri ancora nascosero armi per i partigiani. Il 25 aprile rappresentò la fine di una guerra e di un regime in cui il dissenso era punito con il confino, la prigione o la morte. Segnò l’inizio di un tempo nuovo dove la contrapposizione democratica sarebbe stata tollerata.

Un amico oggi su Twitter incitava

Oggi è il #25aprile. Cerca un vecchio e fatti raccontare una storia, trasformala in favola e raccontala a un bambino.

C’è tanto da ricordare: la festa, la gente in piazza, i giovani partigiani che potevano lasciare le montagne e tornare a casa fra la loro gente e le loro famiglie. I carri armati americani, lasciata Bologna, il 21 risalirono verso il nord Italia, ma trovarono Milano già liberata: un regime che sembrava invincibile era sconfitto.

Vorrei ricordare oggi chi morì prima di vedere la liberazione, ma la intuì. Penso a Eusebio (Franco) Giambone, la cui sentenza di morte fu eseguita il 24 aprile, condannato perché partigiano e aderente al partito comunista. Il 4 Aprile scriveva la sua ultima lettera alla figlia Gisella e le diceva :

“Studia di buona lena come hai fatto finora per crearti un avvenire. Un giorno sarai sposa e mamma, allora ricordati delle raccomandazioni di tuo papà e soprattutto dell’esempio di tua mamma. Studia non solo per il tuo avvenire ma per essere anche più utile nella società, se un giorno i mezzi non permetteranno di continuare gli studi e dovrai cercarti un lavoro, ricordati che si può studiare ancora ed arrivare ai sommi gradi della cultura pur lavorando”.

(le lettere integrali si trovano qui http://www.ultimelettere.it/ultimelettere/ultimeletteredocumenti.php?ricerca=246&doc=190&testo=2&lingua=it)

 

Eusebio vedeva per la figlia un futuro di studi, pacifico, dove sarebbe stata utile agli altri perché competente. Mai nelle sue lettere chiede vendetta: considera i nazi-fascisti già sconfitti. Vede un mondo senza guerra, in cui sia possibile confrontarsi con armi diverse da quelle che aveva imbracciato lui. Saremo capaci di tornare a questa resistenza, a questa difesa di chi ha meno, ad un servizio alla società? Poterlo fare senza armi è la nostra liberazione; certo possiamo anche rifiutare questo invito, ma non sarebbe venir meno al nostro dovere di cittadini?

Mons Romero uomo del Vangelo e dei poveri, martire

RomeroÓscar Arnulfo Romero y Galdámez fu arcivescovo di San Salvador, capitale di El Salvador. A causa del suo impegno nel denunciare le violenze della dittatura del suo paese, fu ucciso da un cecchino, mentre stava celebrando la messa.
Nacque il 15 agosto 1917, secondo di otto fratelli, da una famiglia di umili origini. Manifestato il desiderio di diventare sacerdote, ricevette la sua prima formazione nel seminario di San Miguel (1930). I suoi superiori, notando la sua predisposizione agli studi e la docilità alla disciplina ecclesiastica, lo mandarono a Roma. Compì la sua formazione accademica nella Pontificia Università Gregoriana negli anni dal 1937 al 1942, nella Facoltà di Teologia, conseguendo il baccellierato, la licenza e continuando con l’iscrizione a un anno del ciclo di dottorato. Ordinato sacerdote il 4 aprile 1942, svolse il suo ministero di parroco per pochi anni. In seguito fu segretario di Miguel Angel Machado, vescovo di San Miguel. Venne poi chiamato a essere segretario della Conferenza episcopale di El Salvador.
Il 25 aprile 1970 venne nominato vescovo ausiliare di San Salvador, ricevendo l’ordinazione episcopale il 21 giugno 1970 da parte di Girolamo Prigione, nunzio apostolico in El Salvador. Diventò così il collaboratore principale di Luis Chávez y González, uno dei protagonisti della Seconda conferenza dell’episcopato latinoamericano a Medellín (1968): rispetto al suo vescovo, tuttavia, rappresentò il lato conservatore della Chiesa sudamericana, fedele alla tradizione romana e non disposto ad aderire alla teologia della liberazione e ai cosiddetti movimenti di base.
La sua fedeltà alla Chiesa più conservatrice gli fece guadagnare la stima dell’oligarchia del suo Paese, e nel contempo gli alienò le simpatie dei settori più progressisti del clero, in particolare i gesuiti che reggevano l’Università Centroamericana di San Salvador.
Il 15 ottobre 1974 venne nominato vescovo di Santiago de María, nello stesso Stato di El Salvador, uno dei territori più poveri della nazione. Il contatto con la vita reale della popolazione, stremata dalla povertà e oppressa dalla feroce repressione militare che voleva mantenere la classe più povera soggetta allo sfruttamento dei latifondisti locali, provocò in lui una profonda conversione, nelle convinzioni teologiche e nelle scelte pastorali.
I fatti di sangue, sempre più frequenti, che colpirono persone e collaboratori a lui cari, lo spinsero alla denuncia delle situazioni di violenza che riempivano il Paese. La nomina ad arcivescovo di San Salvador, il 3 febbraio 1977, lo trovò pienamente schierato dalla parte dei poveri, e in aperto contrasto con le stesse famiglie che lo sostenevano e che auspicavano in lui un difensore dello status quo politico ed economico. Romero rifiutò l’offerta della costruzione di un palazzo vescovile, scegliendo una piccola stanza nella sagrestia della cappella dell’Ospedale della Divina Provvidenza, dove erano ricoverati i malati terminali di cancro.
La morte di p. Rutilio Grande, gesuita e suo collaboratore, assassinato appena un mese dopo il suo ingresso in diocesi, divenne l’evento che aprì la sua azione di denuncia profetica, che portò la chiesa salvadoregna a pagare un pesante tributo di sangue. L’esercito, guidato dal partito al potere, arrivò a profanare e occupare le chiese, come ad Aguilares, dove vennero sterminati più di 200 fedeli.
“Vi supplico, vi prego, vi ordino in nome di Dio: cessi la repressione!”, gridò all’esercito e alla polizia.
Le sue catechesi, le sue omelie, trasmesse dalla radio diocesana, vennero ascoltate anche all’estero, diffondendo la conoscenza della situazione di degrado che la guerra civile stava compiendo nel Paese.
La sua popolarità crescente, in El Salvador e in tutta l’America latina, e la vicinanza del suo popolo, furono in contrasto con l’opposizione di parte dell’episcopato, e soprattutto con la diffidenza di papa Paolo VI. Il 24 giugno 1978, in udienza da quest’ultimo, denunciò:
« Lamento, Santo Padre, che nelle osservazioni presentatemi qui in Roma sulla mia condotta pastorale prevale un’interpretazione negativa che coincide esattamente con le potentissime forze che là, nella mia arcidiocesi, cercano di frenare e screditare il mio sforzo apostolico »
(Nota lasciata a Paolo VI da Romero durante l’udienza concessagli il 24 giugno 1978)

Romero, per le sue posizioni teologiche non chiare rispetto alla teologia della liberazione, ebbe sempre un cattivo rapporto con Paolo VI e non riuscì a ottenere l’appoggio del nuovo papa Giovanni Paolo II, che tenne conto delle sue notevoli capacità pastorali e della sua fedeltà al vangelo, ma fu molto cauto per il timore di una sua eventuale compromissione con ideologie politiche, in realtà infondata nel caso di Romero che era decisamente ortodosso, creando ostacoli tra l’America Latina e la Santa Sede.
Il 2 febbraio 1980, a Lovanio, in Belgio, ricevette la laurea honoris causa per il suo impegno in favore della liberazione dei poveri.
Il 24 marzo 1980, mentre stava celebrando la messa nella cappella dell’ospedale della Divina Provvidenza, fu ucciso da un sicario. Nell’omelia aveva ribadito la sua denuncia contro il governo di El Salvador, che aggiornava quotidianamente le mappe dei campi minati mandando avanti bambini che restavano squarciati dalle esplosioni. L’assassino sparò un solo colpo, che recise la vena giugulare mentre Romero elevava l’ostia nella consacrazione.
Giovanni Paolo II non presenziò al funerale, ma delegò a presiedere la celebrazione Ernesto Corripio y Ahumada, arcivescovo di Città del Messico. Durante le esequie l’esercito aprì il fuoco sui fedeli, compiendo un nuovo massacro. Il 6 marzo 1983 Giovanni Paolo II rese omaggio a Romero, venerato già come un santo dal suo popolo, sulla sua tomba, nonostante le pressioni del governo salvadoregno.
La Chiesa anglicana, la Chiesa luterana e la Chiesa vetero-cattolica lo commemorano come martire il 24 marzo.
La Chiesa cattolica aprì nel 1997 la causa di beatificazione e gli attribuì il titolo di Servo di Dio: il postulatore della causa è l’arcivescovo Vincenzo Paglia, presidente del Pontificio consiglio per la famiglia.
Giovanni Paolo II, in occasione del Giubileo del 2000, citò Romero nel testo della “celebrazione dei Nuovi Martiri”, riprendendo quasi integralmente quanto aveva scritto il giorno della sua morte alla Conferenza Episcopale salvadoregna:
« Il servizio sacerdotale della Chiesa di Oscar Romero ha avuto il sigillo immolando la sua vita, mentre offriva la vittima eucaristica. »

Di fronte all’ingiustizia nessuna neutralità

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Oggi nel 1980 in Bolivia veniva ucciso dopo torture da paramilitari p. Luis Espinal, gesuita diceva spesso :”Di fronte all’ingiustizia non c’è neutralità.

Luis Espinal Camps era nato nel villaggio catalano di St. Fruitós de Bages, nei pressi di Manresa, nel 1932, in una famiglia cristiana di semplici lavoratori. Una sua sorella entrò nel Carmelo, e suo fratello maggiore tra i gesuiti. Luis lo seguì qualche anno più tardi, nel 1949, quando varcò le porte del noviziato della Compagnia di Gesù, a Veruela (Saragozza). Terminata la formazione teologica e ordinato sacerdote, Espinal studiò per due anni nella Scuola di giornalismo e di audiovisivi dell’Università Cattolica, a Bergamo. Nell’agosto del 1968, rispondendo all’invito di un vescovo boliviano, partì per la Bolivia, dove visse, senza mai più tornare in patria, un’epoca di terribili dittature, repressione, carceri, fucilazioni, sparizioni, esili, violazioni dei diritti umani, prepotenza militare, censura. La chiesa, sulla scia del Vaticano II e di Medellin, cominciava sia pur timidamente a far udire la sua voce di denuncia sulle violazioni dei diritti umani e Luis prese con insistenza a ricordare che in un sistema di ingiustizia, non è possibile la neutralità. Ogni opzione è politica. Perciò la Chiesa fa politica (lo voglia o no), sia quando parla che quando tace. Per fedeltà a Cristo, la Chiesa non può tacere. Una religione che non abbia il coraggio di parlare in favore dell’uomo, non ha il diritto di parlare a favore di Dio. La denuncia di Espinal contro il sistema di ingiustizia, si caratterizzò positivamente come opzione per la vita. La vita, ogni vita è sacra. La vita di ogni essere umano è qualcosa di assoluto che non si può vendere a nessun prezzo. Le sue parole sulla necessità di dare la vita per il popolo, le realizzò esistenzialmente. Tutta la sua vita fu al servizio della gente: degli universitari cui insegnava, dei giovani che accompagnava, dei suoi lettori, della gente semplice del barrio Vila San Antonio, dei suoi compagni di comunità e di lavoro, dei suoi amici. La sera del 21 marzo 1980, Espinal era andato al cinema per via del suo lavoro di critico cinematografico. Aveva visto un film dal titolo “Gli spietati”. Uscendo dal cinema, alcuni sconosciuti lo caricarono a forza su una jeep, che partì sgommando. Gli assassini, guidati dal paranoico Arce Gómez, portarono Luis Espinal al mattatoio del barrio di Achachicala, dove fu torturato per almeno quattro ore e poi ucciso con 17 proiettili. Il suo corpo, gettato in un deposito di rifiuti sulla strada per Chacaltaya, fu trovato all’alba da un contadino. Sulla sua tomba si legge: Assassinato per aver aiutato il popolo. Quattro mesi più tardi, con un colpo di stato, García Meza e Arce Gómez prendevano il potere in Bolivia.

9 anni fa venivano uccisi Ilaria Alpi (inviata TG3) e Miran Hrovatin (il suo operatore)

Ilaria Alpi fu uccisa il 20 Marzo 1994 (9 anni fa) mentre si trovava a Mogadiscio come inviata del TG3 per seguire la guerra civile somala e per indagare su un traffico d’armi e di rifiuti tossici illegali in cui probabilmente la stessa Alpi aveva scoperto che erano coinvolti anche l’esercito altre istituzioni italiane.[1] Nel novembre precedente era stato ucciso, sempre in Somalia ed in circostanze misteriose, il sottufficiale del SISMI Vincenzo Li Causi, informatore della stessa Alpi sul traffico illecito di scorie tossiche nel paese africano.[2]
La perizia della polizia scientifica ricostruì la dinamica dell’azione criminale, stabilendo che i colpi sparati dai kalashnikov erano indirizzati alle vittime, poiché l’autista e la guardia del corpo rimasero indenni.
I due giornalisti hanno scoperto un traffico internazionale di veleni, rifiuti tossici e radioattivi prodotti nei Paesi industrializzati e stivati nei Paesi poveri dell’Africa, in cambio di tangenti e armi scambiate coi gruppi politici locali. La commissione non ha però approfondito la possibilità che l’omicidio possa essere stato commesso per le informazioni raccolte dalla Alpi sui traffici di armi e di rifiuti tossici, che avrebbero coinvolto anche personalità dell’economia italiana.[3]
Sulla “scena del delitto” erano presenti due troupe televisive: quella della Svizzera italiana (RTSI) ed una americana (ABC).
Le immagini che ci sono giunte, di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin colpiti ed accasciati nell’abitacolo del loro fuoristrada, sono state girate dall’operatore dell’Abc, di origine greca, trovato ucciso qualche mese dopo a Kabul in una stanza d’albergo. Vittorio Lenzi, operatore della troupe svizzera-italiana è rimasto vittima di un incidente stradale sul lungolago di Lugano (mai chiarito del tutto nella dinamica).
http://it.wikipedia.org/wiki/Ilaria_Alpi