Il buonsenso del Decreto salva ILVA: nell’interesse di tutti.

Il caso ILVA di Taranto, acciaieria più grande d’Europa è emblematico per la sua complessità e per la sfida a cui ci pone, un grande interrogativo che ci interpella tutti quanti; lavoratori, imprenditori, politici, pubbliche amministrazioni (p.a) e magistratura.
Gli interrogativi cui siamo sottoposti sono i seguenti: Diritto al lavoro o diritto alla salute? Quale mettere prima? È possibile una convivenza ed un punto di incontro tra questi due diritti fondamentali?
Interrogativi pesanti che ci scuotono e ci mettono in discussione, una prima risposta potrebbe essere quella dettata dal cuore, dall’istinto umano: La Salute, e quindi in linea con questo pensiero si avanza la richiesta di chiudere lo stabilimento.
Ma a questo punto si pongono una serie di quesiti: Le famiglie cui lo stabilimento dava lavoro, inclusi i lavoratori dell’indotto come si mantengono? Le persone ammalate, senza lavoro come si pagano le cure?
Chi pagherà i costi della chiusura dello stabilimento? Si sa che uno stabilimento di queste dimensioni e di questo tipo, inquina molto di più in fase di spegnimento, chi assorbirà e ammortizzerà le ripercussioni, a livello di salute, sociale ed infine meno importante rispetto ai primi due ma non meno trascurabile i costi economici di una tale dismissione? Che ripercussioni avrà sull’intera economia italiana? Bisogna tenere ben presente che tutte queste ripercussioni hanno una caduta di lungo periodo.
C’è da chiedersi anche perché la magistratura abbia predisposto il blocco di lavorati finiti e pronti alla commercializzazione, facendo perdere così commesse all’azienda, quasi che oltre al danno ci fosse anche la beffa. Ma non addentriamoci in polemiche sterili.
Il governo Monti fornisce una risposta cercando di coniugare il diritto alla salute col diritto al lavoro, promuovendo il decreto legge 207/2012 ( http://www.ediltecnico.it/wp-content/uploads/2012/12/decreto-ilva-dl-207-2012.pdf ) il quale prevede, su autorizzazione del Ministro dell’ambiente, se l’azienda è di interesse strategico per la nazione e/o ha più di 200 lavoratori (inclusi quelli in CIG) il proseguo dell’attività produttiva dello stabilimento imponendo allo stesso di adeguarsi e di introdurre nei successivi 36 mesi tutte le tecniche e procedure all’avanguardia atte a ridurre l’impatto ambientale, la mancata osservanza di tale norma prevede sanzioni pari al 10% dell’intero fatturato della società. Inoltre ogni sei mesi il parlamento deve essere aggiornato dal ministro competente dello stato di attuazione dell’ AIA ( Autorizzazione Integrata Ambientale). Questo ovviamente non blocca i procedimenti penali e le responsabilità, che la magistratura dovrà accertare perché il quesito che ci si pone è il seguente: se le autorità locali competenti locali, avessero fatto il loro dovere, monitorando, sanzionando, imponendo di volta in volta gli adeguamenti necessari, oggi che situazione avremmo? Forse molti casi di tumore gli avremmo evitati? Forse oggi l’ILVA sarebbe si un posto di lavoro rischioso, ma meno di quello che è oggi.
Il mondo economico necessità anche di attività rischiose, necessarie, utopicamente potremmo dire che per evitarle si potrebbe cambiare tipo di economia, rinunciare magari alle automobili (principali consumatori di acciaio) e così via rinunciare a tutti gli altri prodotti derivati dalla siderurgia, oppure più realisticamente è cercare di limitare al minimo i rischi per la salute, per fare questo basta il buonsenso e il senso di responsabilità da parte di tutti. Il governo Monti con questo provvedimento l’ha dimostrato, gli altri?

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