La corruzione? Nasce dal credersi autosufficienti

papaNel 2005, l’attuale Papa Francesco I, allora ArciVescovo di Buenos Aires, scrisse ai suoi fedeli una lettera dal carattere sociale attaccando duramente la Corruzione, che dilaniava e dilagava in Argentina. qui di seguito riporteremo integralmente la sua lettera di grandissima attualità.

Sappiamo che siamo tutti peccatori, però la novità che venne introdotta nell’immaginario collettivo è che la corruzione sembrava far parte della vita normale di una società, una dimensione denunciata e tuttavia accettabile nella convivenza sociale. Non voglio dilungarmi in esempi: i giornali ne sono pieni. Non possiamo far finta di non vedere l’argomento che, come ho detto, appare nei nostri discorsi e riunioni. Ci farà bene riflettere assieme su questo problema e anche sulla sua relazione con il peccato. Ci farà bene percuoterci l’anima con la forza profetica del Vangelo, che ci colloca nella verità delle cose, rimuovendo il pretesto che la debolezza umana, assieme alla complicità, crea l’humus propizio alla corruzione. Ci farà molto bene, alla luce della parola di Dio, imparare a discernere le diverse situazioni di corruzione che ci circondano e ci minacciano con le loro seduzioni.
Ci farà bene tornare a ripeterci l’un l’altro: «Peccatore sì, corrotto no!», e a dirlo con timore, perché non succeda che accettiamo lo stato di corruzione come fosse solo un peccato in più. «Peccatore, sì». Che bello poter sentire e dire questo, e allo stesso tempo immergerci nella misericordia del Padre che ci ama e ci aspetta ad ogni istante. «Peccatore, sì», come diceva il pubblicano nel tempio («O Dio, abbi pietà di me peccatore!», Lc 18,13); come lo provò e lo disse Pietro, prima con le parole («Allontanati da me, Signore, che sono un peccatore», Lc 5,8) e poi con le lacrime al sentire il canto del gallo quella notte, momento che Bach plasmò nella sublime aria Erbarme dich, mein Gott (Abbi pietà di me, Signore). «Peccatore, sì», così come Gesù ci insegna con le parole del figliol prodigo: «Ho peccato contro il Cielo e contro di te» (Lc 15,21) e dopo non seppe continuare il discorso perché rimase ammutolito dal caldo abbraccio del padre che lo aspettava. «Peccatore, sì» come ce lo fa dire la Chiesa all’inizio della messa ed ogni volta che guardiamo il Signore crocifisso. «Peccatore, sì» come lo disse Davide quando il profeta Natanaele gli aprì gli occhi con la forza della profezia (2Sam 12,13). Ma quanto è difficile che il vigore profetico sciolga un cuore corrotto! È talmente arroccato nella soddisfazione della sua autosufficienza da non permettere di farsi mettere in discussione. «Accumula tesori per sé, e non arricchisce davanti a Dio» (Lc 12,21). Si sente a suo agio e felice come quell’uomo che pianificava la costruzione di nuovi granai (Lc 12,16-21), e se le cose si mettono male conosce tutte le scuse per cavarsela, come ha fatto l’amministratore corrotto (Lc 16,1-8) che ha anticipato la filosofia degli abitanti di Buenos Aires del «fesso chi non ruba». Il corrotto ha costruito un’autostima che si fonda esattamente su questo tipo di atteggiamenti fraudolenti: passa la vita in mezzo alle scorciatoie dell’opportunismo, al prezzo della sua stessa dignità e di quella degli altri. Ha la faccia da non sono stato io, «faccia da santarellino», come diceva mia nonna. Si meriterebbe un dottorato honoris causa in cosmetica sociale. E il peggio è che finisce per crederci. E quanto è difficile che lì dentro possa entrare la profezia! Per questo, anche se diciamo «peccatore, sì», gridiamo con forza «ma corrotto, no!». Una delle caratteristiche del corrotto di fronte alla profezia è un certo complesso di «inquestionabilità». Si offende dinanzi a qualunque critica, discredita la persona o l’istituzione che la emette, fa in modo che qualsiasi autorità morale in grado di criticarlo sia eliminata, ricorre a sofismi ed equilibrismi nominalistico­ideologici per giustificarsi, sminuisce gli altri e attacca con l’insulto quelli che la pensano diversamente (cfr. Gv 9,34). Il corrotto è solito perseguitarsi inconsciamente, ed è tale l’irritazione che gli genera questa autopersecuzione che la proietta sul prossimo e, da autoperseguitato, si trasforma in persecutore. San Luca mostra la furia di questi uomini (cfr. Lc 6,11) di fronte alla verità profetica di Gesù: «Ma essi, pieni di rabbia, discutevano fra loro su quello che avrebbero potuto fare a Gesù». Perseguitano imponendo un regime di terrore su tutti coloro che li contraddicono (cfr. Gv 9,22) e si vendicano espellendoli dalla vita sociale (cfr. Gv 9,34-35). Temono la luce perché la loro anima ha acquisito le caratteristiche del lombrico: nelle tenebre e sotto terra. Il corrotto compare nel Vangelo giocando con la verità: ingannando Gesù (cfr. Gv 8,1-11; Mt 22,15-22; Lc 20,1-8), cospirando per toglierlo di mezzo (cfr. Gv 11,45- 57; Mt 12,14), corrompendo chi potrebbe tradire (cfr. Mt 26,14-16) o i funzionari di turno (cfr. Mt 28,11-15). San Giovanni li include in una sola frase: «La luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta» (Gv 1,5). Uomini che non accolgono la luce. Possiamo rileggere i Vangeli cercando i tratti tipici di questi personaggi e le loro reazioni alla luce che il Signore porta. (…) Oggi si parla spesso di corruzione, soprattutto per ciò che riguarda l’attività politica. Viene denunciata in diversi ambienti sociali. Vari vescovi hanno segnalato la «crisi morale» che attraversa molte istituzioni. Intanto la reazione generale di fronte a certi fatti che sono indice di corruzione è andata crescendo e, in alcuni casi, come in quello di Catamarca, dinanzi all’impotenza nel generare soluzioni ai problemi, l’agire del popolo ha prodotto manifestazioni che rasentano una nuova Fuenteovejuna (si fa riferimento all’omicidio di una studentessa, María Soledad Morales, perpetrato nella provincia di Catamarca nel 1990 per mano di persone colluse con il potere politico locale. Le stesse autorità locali fallirono nel tentativo di insabbiare l’omicidio, provocando mobilitazioni in tutto il paese, ndt). Si tratta di un momento in cui emerge in modo speciale la realtà della corruzione. E, tuttavia, ogni corruzione sociale non è altro che la conseguenza di un cuore corrotto… Non ci sarebbe corruzione sociale senza cuori corrotti: «Ciò che esce dall’uomo, questo sì contamina l’uomo. Dal di dentro, infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono le intenzioni cattive: fornicazioni, furti, omicidi, adultèri, cupidigie, malvagità, inganno, impudicizia, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dal di dentro e con­taminano l’uomo» (Mc 7,20-23). Un cuore corrotto: qui sta il punto. Perché un cuore si corrompe? Il cuore non è un’ultima istanza dell’uomo, chiusa in sé stessa; non finisce lì la relazione (e quindi nemmeno la relazione morale). Il cuore umano è cuore nella misura in cui è in grado di riferirsi a un’altra cosa: nella misura in cui è capace di aderire, nella misura in cui è capace di amare o di negare l’amore (odiare). Per questo Gesù, quando invita a conoscere il cuore come fonte delle nostre azioni, richiama la nostra attenzione su questa adesione finalistica del nostro cuore inquieto: «Là dov’è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore» (Mt 6,21). Conoscere il cuore dell’uomo, il suo stato, comporta necessariamente conoscere il tesoro al quale questo cuore si riferisce, il tesoro che lo libera e lo riempie o che lo distrugge e lo riduce in schiavitù; in quest’ultimo caso, il tesoro che corrompe. Di modo che dal fatto della corruzione (personale o sociale) si passa al cuore come autore e preservatore di questa corruzione, e dal cuore si passa al tesoro al quale è attaccato questo cuore. (…) Non bisogna confondere peccato con corruzione. Il peccato, soprattutto se reiterato, conduce alla corruzione, non però quantitativamente (tanti peccati fanno un corrotto) ma piuttosto qualitativamente, con il generarsi di abitudini che vanno deteriorando e limitando la capacità di amare, ripiegando ogni volta di più i riferimenti del cuore su orizzonti più vicini alla sua immanenza, al suo egoismo. Così lo esprime san Paolo: «Poiché ciò che di Dio si può conoscere è loro manifesto (agli uomini ingiusti): Dio stesso lo ha loro manifestato. Infatti, dalla creazione del mondo in poi, le sue perfezioni invisibili – il suo potere eterno e la sua divinità – possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da lui compiute. Essi sono dunque inescusabili, perché, pur conoscendo Dio, non gli hanno dato gloria né gli hanno reso grazie come Dio, ma hanno vaneggiato nei loro ragionamenti e si è ottenebrata la loro mente ottusa. Mentre si dichiaravano sapienti, sono diventati stolti e hanno cambiato la gloria dell’incorruttibile Dio con l’immagine e la figura dell’uomo corruttibile, di uccelli, di quadrupedi e di rettili» (Rm 1,19-23). Qui si vede chiaramente il processo che porta dal peccato alla corruzione, ciò che comporta in termini di cecità, di sostituzione di Dio con le proprie forze ecc. Potremmo dire che il peccato si perdona, la corruzione non può essere perdonata. Semplicemente per il fatto che alla radice di qualunque atteggiamento corrotto c’è una stanchezza della trascendenza: di fronte al Dio che non si stanca di perdonare, il corrotto si erge come autosufficiente nell’espressione della sua salvezza: si stanca di chiedere perdono. Questo sarebbe un primo tratto caratteristico di qualunque corruzione: l’immanenza. Nel corrotto esiste un’autosufficienza di base, che inizia come incosciente e in seguito viene assunta come la cosa più naturale. L’autosufficienza umana non è mai astratta. È un atteggiamento del cuore riferito a un tesoro che lo seduce, lo tranquillizza e lo inganna: «Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e datti alla gioia» (Lc 12,19). E, curiosamente, ci si presenta un controsenso: l’autosufficiente è sempre – in fondo – uno schiavo di quel tesoro, e quanto più schiavo, tanto più insufficiente nella consistenza di quella autosufficienza. Così si spiega perché la corruzione non può rimanere nascosta: lo sbilanciamento tra la convinzione di bastare a sé stessi e la realtà di essere schiavi di quel tesoro non può essere arginato. È uno squilibrio che esce fuori e, come succede con tutte le cose chiuse su se stesse, bolle per sfuggire alla propria pressione… e – al fuoriuscire – sparge l’odore di questa chiusura su se stessi: puzza. Sì, la corruzione odora di putrefazione. Quando qualcosa inizia ad avere un odore cattivo è perché esiste un cuore schiacciato dalla pressione tra la sua propria autosufficienza immanente e l’incapacità reale di autobastarsi; c’è un cuore putrefatto a causa dell’adesione eccessiva a un tesoro che lo ha conquistato. Il corrotto non si accorge del suo stato di corruzione. Succede come con l’alito cattivo: difficilmente chi ha l’alito pesante se ne rende conto. Sono gli altri che se ne accorgono, e devono farglielo notare. Ne consegue che altrettanto difficilmente il corrotto può uscire da questo stato per un rimorso interiore. Si ritrova con la virtù di quell’ambito anestetizzata. Generalmente il Signore lo salva attraverso prove che gli arrivano da situazioni che non può evitare (malattie, perdita di ricchezze, di persone care ecc.) e sono queste che spaccano l’ossatura corrotta e permettono l’accesso della grazia. Solo allora potrà essere curato. Da ciò segue che la corruzione, più che perdonata, deve essere guarita. È come una di quelle malattie di cui ci si vergogna e che si cerca di nascondere, e la si nasconde finché non è più possibile occultarne la manifestazione… Allora la guarigione inizia ad essere possibile. Non bisogna confondere la corruzione con i vizi (anche se la familiarità con essi porta a trasformarli in tesoro). Il corrotto fa sempre in modo di salvare le apparenze: Gesù chiamerà sepolcri imbiancati coloro che appartengono a uno dei settori più corrotti del suo tempo (cfr. Mt 23,25­28). Il corrotto coltiverà, fino alla squisitezza, le buone maniere… per poter così nascondere le sue abitudini cattive. Nella condotta del corrotto l’atteggiamento malsano risulterà come un certo stile e, al massimo, avrà l’aspetto di debolezza o di punto debole relativamente accettabile e giustificabile dalla società. Per esempio: un corrotto che ambisce al potere si presenterà – al massimo – con atteggiamenti di una certa velleità o superficialità che lo portano a cambiare opinione o a riposizionarsi a seconda delle situazioni: allora di lui si dirà che è debole oppure opportunista o ancora interessato… Ma la piaga della sua corruzione (l’ambizione del potere) resterà nascosta. Un altro caso: un corrotto per lussuria o avarizia travestirà la sua corruzione con forme più socialmente accettabili, e allora si presenterà come frivolo. E la frivolezza è molto più grave che un peccato di lussuria o di avarizia, semplicemente perché l’orizzonte della trascendenza si è cristallizzato verso un più in qua difficilmente reversibile. Il peccatore, nel riconoscersi come tale, in qualche modo ammette la falsità del tesoro al quale ha aderito o aderisce… Il corrotto, invece, ha sottomesso il suo vizio a un corso accelerato di buona educazione; nasconde il suo vero tesoro, non occultandolo alla vista degli altri ma piuttosto rielaborandolo perché risulti socialmente accettabile. E l’autosufficienza cresce… Comincerà con la velleità e la frivolezza, fino a concludere nel convincimento, totalmente sicuro, di essere migliore degli altri.

JOrge Mario Bergoglio Avvenire Domenica 24 marzo 2013

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