Il 25 Aprile festa della liberazione

Il 25 Aprile è la festa della liberazione dal nazifascismo, di chi voleva un’Italia libera e democratica contro chi voleva un paese totalitario. La guerra partigiana è stata una guerra con orrori e morti da entrambe le parti, ma il suo esito è stata la Costituente, un lavoro che ha visto uniti, come durante la Resistenza, cattolici e comunisti, monarchici e trotzkisti.

Il 25 Aprile 1945 i nazifascisti lasciarono Milano e si ritirarono. Ricordare quel giorno non è celebrare una festa di parte, ma è commemorare chi si è battuto contro due totalitarismi per un’Italia diversa. Se dopo la liberazione ci fu una pacificazione lo dobbiamo anche al rispetto reciproco fra le varie forze maturato durante la Resistenza, movimento in cui si ritrovarono, dopo l’8 settembre, giovani di tutta Italia che sfuggivano all’arruolamento forzoso nell’esercito nazista e alla deportazione, la pena per chi rifiutava l’arruolamento forzato nelle truppe nazifasciste. Molti Italiani collaborarono alla Resistenza, ciascuno come poteva: chi dando cibo ai partigiani, chi facendo da staffetta, chi dando abiti civili ai giovani militari perché potessero togliersi le uniformi e rendersi non riconoscibili per i Tedeschi che cercavano i soldati sbandati dopo l’8 settembre. Alcuni nascosero gli ebrei, altri aiutarono a depistare i Tedeschi, altri ancora nascosero armi per i partigiani. Il 25 aprile rappresentò la fine di una guerra e di un regime in cui il dissenso era punito con il confino, la prigione o la morte. Segnò l’inizio di un tempo nuovo dove la contrapposizione democratica sarebbe stata tollerata.

Un amico oggi su Twitter incitava

Oggi è il #25aprile. Cerca un vecchio e fatti raccontare una storia, trasformala in favola e raccontala a un bambino.

C’è tanto da ricordare: la festa, la gente in piazza, i giovani partigiani che potevano lasciare le montagne e tornare a casa fra la loro gente e le loro famiglie. I carri armati americani, lasciata Bologna, il 21 risalirono verso il nord Italia, ma trovarono Milano già liberata: un regime che sembrava invincibile era sconfitto.

Vorrei ricordare oggi chi morì prima di vedere la liberazione, ma la intuì. Penso a Eusebio (Franco) Giambone, la cui sentenza di morte fu eseguita il 24 aprile, condannato perché partigiano e aderente al partito comunista. Il 4 Aprile scriveva la sua ultima lettera alla figlia Gisella e le diceva :

“Studia di buona lena come hai fatto finora per crearti un avvenire. Un giorno sarai sposa e mamma, allora ricordati delle raccomandazioni di tuo papà e soprattutto dell’esempio di tua mamma. Studia non solo per il tuo avvenire ma per essere anche più utile nella società, se un giorno i mezzi non permetteranno di continuare gli studi e dovrai cercarti un lavoro, ricordati che si può studiare ancora ed arrivare ai sommi gradi della cultura pur lavorando”.

(le lettere integrali si trovano qui http://www.ultimelettere.it/ultimelettere/ultimeletteredocumenti.php?ricerca=246&doc=190&testo=2&lingua=it)

 

Eusebio vedeva per la figlia un futuro di studi, pacifico, dove sarebbe stata utile agli altri perché competente. Mai nelle sue lettere chiede vendetta: considera i nazi-fascisti già sconfitti. Vede un mondo senza guerra, in cui sia possibile confrontarsi con armi diverse da quelle che aveva imbracciato lui. Saremo capaci di tornare a questa resistenza, a questa difesa di chi ha meno, ad un servizio alla società? Poterlo fare senza armi è la nostra liberazione; certo possiamo anche rifiutare questo invito, ma non sarebbe venir meno al nostro dovere di cittadini?

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